Blog SENSIBILIA – Il “dolce” potere delle Immagini…

Vi sono immagini del Potere e vi è il potere delle Immagini. Esistono inquadrature costruite per “propagandare” stili di vita e forme di ordine sociale e sequenze che mostrano, o “stimolano” in maniera più impercettibile ma decisamente più profonda, strategie di resistenza, piccoli “anticorpi” precipitati nella massa indefinita di segni e simboli visivi.

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smart powerIn un libro di qualche anno fa, che apparentemente non tocca quasi per nulla il cinema, intitolato Smart Power [Laterza, 2012], scritto da Joseph S. Nye Jr. – docente universitario di Harvard, esperto di Intelligence e collaboratore dell’amministrazione Clinton in questioni di difesa e spionaggio – si racconta come la politica “a stelle e strisce” abbia utilizzato gli studios hollywoodiani per diffondere l’ “american way of life”. Si rievoca, fra i tanti esempi, il ruolo svolto dal cinema muto americano durante la Prima guerra mondiale, autentico ambasciatore dell’immagine degli States in Europa; o, ancora, le politiche di persuasione “affidate” a molte pellicole di “genere” rispetto ai costumi culturali di Paesi tradizionalmente poco “amici” come la Cina o la Corea del cinema mutoNord (…si narra anche di come il dittatore Kim Jong-II amasse le commedie hollywoodiane…). L’autore definisce il Potere di queste immagini come “soft power”, un potere “morbido” che sfugge alle logiche dei conflitti armati, dello scontro bellico e della rigida e schmittiana contrapposizione fra “amico/nemico”; una sottile e ramificata arte che tende piuttosto alla costruzione (o distruzione?) dell’immaginario collettivo, che vorrebbe plasmare l’anima prima del corpo, il pensiero e non solo l’azione. Una strategia che però – ma questo l’autore non lo dice, forse perché, per sua stessa ammissione, “cattivo” lettore della letteratura cine-filosofico-politica prodotta in Francia in questi ultimi decenni – genera inevitabilmente contro-strategie, “contrappunti”, altri fuochi di resistenza “visiva”.

Capita così che queste categorie concettuali tornino alla ribalta sfogliando le sequenze di una serie tv in programmazione in queste settimane su Fox Italia (in America è stata trasmessa via cavo da Fox eXtended): Tyrant, creata, tra mille disavventure produttive da Gideon Raff in collaborazione con Howard Gordon e Craig Wright (lo stesso team di Homeland…). La storia è semplice e piuttosto banale e vede protagonisti due fratelli, figli di un dittatore di un immaginario stato arabo, alle prese con problemi di successione e gestione del potere assoluto lasciato in eredità dal padre.

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Fin qui nulla quaestio, se non fosse che ilfiglio designato come erede legittimo incarna perfettamente i tratti di un leader islamico antidemocratico e violento, con una personalità debole ed incline ad ogni sorta di violenza e sciocchezza “politica”; mentre l’altro fratello, scappato negli Stati Uniti vent’anni prima ed affermato pediatra, è l’esempio perfetto di fermezza, rettitudine, lucidità politica ed anche, quando occorre, di una buona dose di cinismo dettato dalla ragion pratica.

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Se a questo aggiungiamo uno sceicco “riformatore” pronto a dare fiducia al figlio “straniero” del dittatore che lo aveva esiliato, un capo dell’esercito spietato e torturatore, una moglie americana dal piglio compassionevole e “democratico”, vediamo che il quadro è completo: ogni inquadratura, ogni dettaglio nella messa in scena, quasi ogni dialogo della sceneggiatura (peraltro rigorosamente in lingua inglese senza doppiaggio…), finisce per rappresentare una battaglia fra stili di vita e governo delle parole e delle cose dove si conosce già il vincitore ancor prima che suoni il gong del primo round. L’Occidente propaganda la sua visione etico-politica attraverso una ridefinizione del “sensibile” che, se un tempo passava attraverso i corpi delle star e le immagini dei film di Hollywood, ora predilige i ritmi “lenti” e la pressione dolce della serialità, l’eterna e quotidiana ripetizione di vite che penetrano nella nostra esistenza attraverso la durata di storie dilatate nel tempo della visione.

aliceÈ la forza (il “soft power” direbbe Nye Jr.) della “serie”, uno dei grandi concetti lasciati in eredità dal post-moderno (… e da Carroll/Deleuze/Alice…).

Ma c’è un dialogo in Tyrant che mostra anche il rovescio della medaglia, quel (contro)potere delle immagini che, peraltro, è uno degli elementi colpevolmente ignorati dagli autori della serie: il fratello novello tiranno, infatti, ad un certo punto afferma che oggi le “vecchie” dittature trovano un freno, non tanto nelle grida e negli slogan delle folle accampate in piazza, quanto nella circolazione inarrestabile di immagini che rappresentano la “massa”, che oppongono ai segreti del Potere i cristalli dell’occhio. surveiller et punirSe è vero che la nostra è la società del controllo, è bene non dimenticare che le nuove tecnologie dell’occhio (smartphone, tablet…) ci watchmenpermettono di controllare i “controllori” (Alan Moore non è poi così lontano…). Anzi, potremmo dire, esagerando un po’, che la democrazia oggi è anche questione di smartphone e tablet, Youtube e Twitter. Ma questa è un’altra storia che torneremo presto a raccontarvi…