"Il falsario – Operazione Bernhard" di Stefan Ruzowitzky

il_falsarioUn uomo spigoloso che non dice una parola, dallo sguardo torvo e i capelli rasati. La Seconda guerra mondiale è finita quando vediamo quest’uomo su una spiaggia di Montecarlo che fissa il mare con una valigetta accanto. Non ci vuole molto per scoprire che quella valigia è piena di milioni di dollari americani, gran parte dei quali vengono subito utilizzati dall’uomo per comperarsi un abito nuovo e andare a giocare al Casinò. Sono queste le prime immagini de Il falsario – Operazione Bernhard di Stefan Ruzowitzky, pellicola austriaca entrata a sorpresa nella cinquina per l’Oscar del miglior film straniero. E’ un prologo interessante quello del film proprio perché ci immerge subito in una scrittura avvincente e misteriosa. L’uomo al tavolo da poker vince presto grandi quantità di denaro, suscitando l’attenzione di una madama seducente ed elegantissima. I due passano la notte insieme ed è allora che quello che ci sembrava un torvo galeotto si rivela essere un ebreo superstite a un campo di concentramento. I numeri marchiati sul braccio sono inequivocabili e la donna reagisce prima con sconcerto poi sfiorando con la mano le labbra di lui. E già tutto scorre troppo velocemente per essere emozione, anche perché non dura più di cinque minuti il prologo del film Ruzowitzky. Ben presto infatti inizia un lungo flashback che partendo dalla Berlino notturna del 1936 ci fa attraversare il lungo e angoscioso calvario dell’abile falsario Solomon Sorowitsch, il protagonista, e di Alfred Burger sovversivo antinazista deciso a tutto pur di boicottare, anche all’interno del campo di concentramento di Sachsenhausen, l’operazione Bernhard. Il dramma della deportazione e dell’Olocausto intenderebbe sposarsi qui con un soggetto – peraltro ispirato a fatti realmente accaduti – che intende riflettere sul rapporto vittima-carnefice e sul confine tra collaborazionismo e opposizione. Scopo dell’operazione Bernhard ordita dai tedeschi nel 1944 e raccontata da Il falsario è infatti quello di costringere gli ebrei prigionieri a falsificare moneta inglese e americana per consentire ai nazisti di affossare economicamente gli Alleati durante il conflitto. Non tutti i prigionieri saranno disposti a farlo e l’antagonismo tra Solomon e Burger, l’uno individualista e consenziente, l’altro idealista e refrattario, finisce con l’essere paradigmatico di due diversi modi di riflettere sul ruolo della vittima e sull’ebraismo in generale.

Ruzowitzky si rivela abile più come sceneggiatore che come regista. Se infatti il meccanismo della scrittura a tratti funziona bene nelle sfumature psicologiche e nella costruzione narrativa di sottotesti ideologici ed emotivi, non altrettanto può esser detto dell’aspetto visivo del film, che si concentra su una messa in scena ridondante nella sua insistita ricerca di verità e realismo. Sin dall’inizio la mdp a spalla segue volti e corpi senza che il dolore emerga dallo schermo, imponendo un virtuosismo post-documentarista che paradossalmente finisce con lo spezzare il coinvolgimento diretto dello spettatore. Anche perché, soprattutto nelle sequenze di violenza esplosiva, i debiti nei confronti dei modelli Spielberg e Polanski appaiono sin troppo ricorrenti. Ecco che allora ben presto di fronte a un “già visto” che si fa maniera – e fatica a essere Storia – si ha l’ingombrante rimpianto per quell’ inizio che sembrava proporre altri scenari filmici e rappresentativi. Ma era probabilmente l’illusione di un altro film. E di un altro cinema.

 

 

Titolo originale: Die Fälscher

Regia di Stefan Ruzowitzky 

Interpreti: Karl Markovics, August Diehl, Devid Striesow, Martin Brambach, August Zirner, Veit Stübner, Marie Bäumer, Dolores Chaplin, Werner Daehn

Distribuzione: Lady Film

Durata: 98’

Origine: Austria/Germania, 2007