Il fascino indiscreto dell’amore (Tokyo Fiancée), di Stefan Liberski

Fossimo ad un pitching non esiteremmo a definire il film del belga Stefan Liberski un Favoloso mondo di Amélie meets Lost in translation.
Tratto dal romanzo Né di Eva né d’Adamo di una gloria nazionale belga come Amélie Nothomb, uno dei nomi più in voga della letteratura europea degli anni Novanta, Tokyo Fiancée riprende dal successo di Jeunet quell’estetica ai limiti del lezioso, applicati tanto al paesaggio quanto al look della protagonista, a metà tra i veri abiti eccentrici della scrittrice e l’iconografia della Francia nel mondo, capelli corti e maglie a righe come la Jean Seberg di A bout de souffle.

Sembrano invece appartenere ai detour della Charlotte di Sofia Coppola alcune atmosfere malinconiche, che si fanno largo quando l’iniziale entusiasmo della sua protagonista, pronta a tutto pur di essere “una vera giapponese”, inizia a cedere sotto il peso di un rituale sociale forse davvero troppo lontano, e quando il film, assieme a lei, inizia a concedersi diverse aperture rispetto alla pimpante favoletta dell’incipit.
Anche la relazione di Amélie con l’accomodante Rinri, benestante rampollo nipponico nonché suo unico allievo di francese, vive di intere parentesi lost in translation, fatte di silenzi imbarazzati e parole impronunciabili, dove l’informalità europea si scontra con un immobilismo ieratico, guardato ora con sospetto ora con ammirazione. Come nel finale, sullo sfondo del disastro di Fukushima, reinventato rispetto al romanzo, dove emerge la fierezza di un Paese pronto a raccogliersi nel proprio dolore privato.

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Dalla sua Liberski trova la deliziosa Pauline Etienne, già vista come giovane Religieuse del film di Nicloux e come la tenera, fragile Louise di Eden di Mia Hansen Løve.

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Con l’aria di una Audrey Hepburn riacconciata sui viali del Quartiere Latino attraversa il film con un fascino pop ben maggiore della Sylvie Testud di Stupeur et tremblements, adattamento dell’altro romanzo nipponico della Nothomb, portato sullo schermo da Alain Corneau che, pur restando fedele allo sguardo tutto soggettivo dell’autrice, dava un ritratto molto più spietato della metropoli e delle sue gerarchie.

Scontando a tratti la voglia di apparire a tutti i costi adorabile, Tokyo Fiancée ci tiene invece a restare lieve. Come la partitura del bravo Casimir Liberski, figlio del regista, che con le sue note tra una valse tierseniana e le colonne sonore da Studio Ghibli, accompagna Amélie nel proprio romanzo di formazione, cogliendone ogni minima sfumatura emotiva.

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Titolo originale: Tokyo fiancée/Ni d’Eve ni d’Adam

Regia: Stefan Liberski

Interpreti: Pauline Etienne, Taichi Inoue, Julie LeBreton, Alice de Lencquesaing, Akimi Ota

Distribuzione: Fil rouge media

Durata: 100′

Origine: Belgio/Canada/Francia 2014