Il fattore Agatha Christie
A 50 anni dalla scomparsa, Agatha Christie resta un mito trasversale: più dei suoi personaggi, è lei il vero brand. Un immaginario narrativo e cinematografico capace di attraversare epoche e media.
“Quante cose da ricordare: il tappeto di fiori che ho calpestato per arrivare al tempio di Yezidis a Sheikh Adi…la bellezza delle grandi moschee di Isfahan, la città magica…il rosso tramonto a Nimrud, lo stretto dei Dardanelli, come mi appare nel silenzio della sera […] i bagni nel mare di Torquay con Rosalind…[…] Max che torna dalla guerra e mangia aringhe con me. Tante cose…alcune sciocche, altre buffe, altre bellissime. Due grandi ambizioni soddisfatte: cenare con la regina di Inghilterra (come si sarebbe inorgoglita Nursie…e il possesso di una Morris dal muso sporgente: una macchina tutta mia! […] Un bambino dice “Grazie mio Dio per la mia buona cena”. Cosa posso dire io a settantacinque anni? “Grazie mio Dio, per la mia buona vita e per tutto l’amore che ho avuto”.
Con queste parole, scritte a Wallingford nel 1965, Agatha Clarissa Miller sigilla la sua autobiografia, offrendo al tempo stesso un indizio fondamentale per guardare alla sua opera, mai davvero separabile dalla sua vita.
È scomparsa cinquanta anni fa, il 12 gennaio 1976. Eppure, in tutto questo tempo, non siamo stati mai un attimo senza il mito Agatha Christie. Non solo i suoi estimatori, quelli che l’hanno resa la scrittrice più letta al mondo, ma persino i detrattori del romanzo giallo sono in fondo christiani senza saperlo, tanto i suoi intrecci e le sue atmosfere hanno permeato tutti i racconti mystery a venire, sconfinando spesso nel cinema d’autore, dal Tarantino di The Hateful Eight a Gosford Park di Robert Altman, fino alla rinascita dell’whodunit con il grande successo della saga di Rian Johnson Knives Out e all’imminente produzione Netflix di uno dei suoi romanzi meno noti, il rocambolesco I sette quadranti
Ma qual è il fattore Christie? Perché è diventata un brand — se in altri casi, come quello di Sherlock Holmes, il personaggio ha oscurato il suo autore Conan Doyle, mentre Poirot e Miss Marple restano all’argento e al bronzo dietro la loro creatrice — e perché è proprio lei, più dei suoi detective, a incarnare un meccanismo narrativo riproducibile all’infinito?
Probabilmente il successo di Agatha Christie non risiede tanto negli schemi per il delitto perfetto: le sue camere chiuse sono meno complesse e affascinanti di quelle del coevo John Dickson Carr (al cui fondamentale Le tre bare è stato reso un recente omaggio in Knives Out 3 – Wake Up Dead Man) e altri codici del genere come il dying message o il cold case sono stati affrontati in modo altrettanto brillante da altri autori.
Un lettore attento sa benissimo che i suoi delitti ricadono in un numero limitato di schemi ricorrenti: lo spostamento di orario; lo scambio di persona; la presunta vittima o l’aiutante del detective che si rivelano, infine, i colpevoli. Su questi aspetti altri giallisti sono stati più audaci. Eppure nessuno di loro ha penetrato l’immaginario culturale come la scrittrice di Torquay.
Ciò in cui la Christie è stata insuperabile è la sua capacità di catturare lo spirito del tempo, di osservare la natura umana – che come direbbe Miss Marple “è la stessa ovunque” – riuscendo a descrivere ambienti sociali, mondi, epoche mantenendo un difficilissimo equilibrio tra riconoscibilità e rinnovamento. In tal senso, la sua “fabbrica di salsicce”, come era solita chiamare la propria produzione letteraria, ha seguito fedelmente quella cavalcata febbrile che è stata la sua vita privata.
Nata nell’ultimo scorcio dell’Ottocento, questa bambina dell’età vittoriana si è trasformata in una donna del Novecento, vivendo tutte le metamorfosi dell’era moderna nel continuo paradosso tra un piglio conservatore e uno spirito avventuriero.
Così, con una fantasia imbrigliabile manifestata sin dalla tenera infanzia — quando nel giardino dell’amata casa di Ashfield inventava storie su una famiglia di gattini sotto lo sguardo divertito e appena preoccupato della governante Nursie — Agatha Christie ha osservato e raccontato la fine del Secolo Lungo e il lento dissolversi di un ordine sociale, segnato dal tramonto delle ultime dinastie aristocratiche e dalla ridefinizione del mondo borghese.
Proprio questo riassestarsi della società tra le due guerre le suggerisce spunti creativi: nuove identità, sconosciuti senza documenti che arrivano a insinuare sospetti nelle comunità dei piccoli villaggi. Ma è soprattutto la Prima Guerra Mondiale a farla nascere come Agatha Christie, regalandole l’incontro con l’ufficiale Archibald Christie – di cui manterrà il cognome – e l’esperienza come infermiera nell’ospedale di Torquay, dove la scoperta dei veleni diventa la scintilla per il suo primo romanzo: Poirot a Styles Court.
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Nell’opera d’esordio c’è già tutto quello che il pubblico amerà del giallo alla Christie: la grande magione immersa nella campagna inglese, una famiglia prigioniera di segreti taciuti e rancori sopiti e uno sviluppo narrativo che segue i processi logici delle cellule grigie di Hercule Poirot ma nel frattempo racconta sentimenti universali calati in una solida atmosfera britannica che è riuscita a penetrare culture lontanissime.
A ben guardare, il suo è un modo di vendere lo stile di vita inglese che anticipa la Beatles Mania o ancora, molti anni dopo, il dilagare della Cool Britannia tra musica, cinema e letteratura. Anche i suoi ultimi romanzi esplorano, pur con lo sguardo accigliato di una signora d’altri tempi, la cultura beatnik degli anni Sessanta, quando le protagoniste di Sono un’assassina o Un cavallo per la strega diventano ragazze dai capelli lunghi poco puliti, inguainate in minigonne scamosciate e grossi maglioni di lana, così distanti dalle gentildonne di campagna ritratte nelle opere degli anni Trenta e Quaranta come Delitto in cielo o Poirot e la salma. Eppure, tanto la Londra raccontata tra le due guerre quanto quella di Mary Quant sono tratteggiate con lo stesso spirito di osservazione e la capacità, innata, di fermare il tempo.
Le sue atmosfere funzionano anche riadattate in chiave brillante, come nelle trasposizioni cinematografiche di Assassinio sul Nilo (Death on the Nile, 1978) di John Guillermin e Delitto sotto il sole (Evil Under the Sun, 1982) di Guy Hamilton, entrambi con Peter Ustinov nel ruolo di un Poirot sornione e beffardo. Hamilton prende uno dei romanzi dai toni più biblici della Christie e lo stravolge cambiandone personaggi e mood, con la colonna sonora di Cole Porter a dettare un ritmo da musical di Broadway, mentre Guillermin stempera una delle sue trame più apertamente mélo con l’interpretazione sopra le righe di un’attrice che solo pochi anni dopo avrebbe intrecciato a doppio filo la sua carriera con le trame della Christie: Angela Lansbury. Se sul battello per il Nilo la sua Salome Otterbourne ruba la scena persino a Poirot, due anni dopo diventa la Miss Marple di Assassinio allo specchio (stavolta diretta da Guy Hamilton), per consacrare poi la scrittrice sul piccolo schermo con il personaggio di Jessica Fletcher, mirabile fusione della Christie autrice e della sua adorata Miss Marple.

Forse proprio La signora in giallo, in questo suo amalgama di personaggio e scrittrice, indovina la formula del successo Agatha Christie: come detto qualche riga più su, l’opera dell’autrice si alimenta della sua vita avventurosa: i viaggi sull’Orient Express, gli scavi in Mesopotamia, il giro del mondo in compagnia del marito (a surfare!) quando la figlia Rosalind non aveva neanche un anno. In quest’ottica acquista un senso definitivo che il più grande mistero di Agatha Christie non sia racchiuso tra le pagine dei suoi romanzi ma in un episodio della sua vita ancora oggi al centro di ipotesi, riletture, come l’ultimo dei true crime: la sua sparizione per undici giorni nel dicembre del 1926, con tutta l’Inghilterra impegnata nelle ricerche, incluso Conan Doyle. Una vendetta contro il marito che le aveva chiesto il divorzio per sposare la sua amante? Un crollo nervoso in seguito alla morte della madre? La scrittrice non menziona l’episodio neanche nella sua autobiografia, congedandosi dal suo pubblico con un mystery che dura da cento anni.
BONUS TRACKS
Cinque titoli per riscoprire il mondo di Agatha Christie oltre Dieci piccoli indiani e Orient Express
I sette quadranti (1929)
La prossima uscita Netflix riscopre uno dei romanzi più sottovalutati della scrittrice inglese. Un dying message – la convenzione per cui, poco prima di morire, la vittima lascia un ultimo indizio sull’identità del suo assassino – meno noto di Perché non l’hanno chiesto a Evans, con una giovane protagonista, Lady Eileen Brent, detta “Bundle”, curiosa e intraprendente, a metà tra Vecchio e Nuovo mondo, capace di muoversi tra vetusti ambienti aristocratici e la “movida” londinese.
Il misterioso signor Quin (1930)
Una raccolta di racconti perfetta per esplorare i meccanismi narrativi della Christie. Un laboratorio di schemi e personaggi che diventeranno familiari per il lettore, rivisti attraverso la figura enigmatica di Harley Quin, riferimento ad Arlecchino, non tanto come maschera comica del servo furbo, ma nell’accezione più medievale e oscura dell’Hellequin/Herlequin, spirito notturno legato al mondo dei morti. Attraverso questo personaggio “che va e viene”, il pacioso Mr. Satterthwaite riesce a vedere indietro nel tempo, risolvendo delitti e misteri pregressi. Muovendosi in una dimensione più psicologica che scientifica, con questa raccolta la Christie pone le basi del cold case.
Verso l’ora zero (1944)
La caratteristica dell’whodunit è il suo concentrarsi nel presente. L’azione narrativa prende le mosse, o quasi, dopo il primo delitto. In questo romanzo la Christie ribalta tale prospettiva, indicando l’assassinio come l’ora zero, concentrando il racconto sulla catena di eventi e le dinamiche tra i personaggi che hanno condotto fatalmente a quell’evento.
Fermate il boia (1952)
Dopo Miss Marple e i 13 problemi, in cui la vecchietta zittisce tutti gli eminenti ospiti del nipote scrittore Raymond, risolvendo uno a uno, una serie di delitti irrisolti raccontati nel club del martedì, anche Poirot si confronta con un delitto avvenuto nel passato. Qui c’è una vera corsa contro il tempo, perché il presunto colpevole sta per essere giustiziato.
Un piccolo villaggio inglese dove tutti si conoscono ma nessuno è chi dice di essere: il familiare che sconfina nel non familiare (heimlich/unheimlich) come due anni prima in Un delitto avrà luogo, vero e proprio murder party finito in tragedia.
C’è un cadavere in biblioteca (1942) – Assassinio allo specchio (1962)
Agatha Christie e il cinema. La scrittrice non era una grande fan delle trasposizioni dei suoi romanzi su grande schermo. Forse è per questo che nei due testi in cui “la gente del cinematografo” irrompe nella tranquillità di St. Mary Mead offre delle descrizioni alquanto impietose della Hollywood Babilonia. Nel secondo romanzo, c’è in più una componente true crime: la trama è in parte ispirata alla vita dell’attrice Gene Tierney.



























