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Il figlio più bello, di Giovanni Piperno e Stefano Rulli

Il sequel spirituale di Un silenzio particolare non cerca alcuna pietà e trasforma lo struggente racconto familiare in un percorso terapeutico e di accettazione. RIDF 2025

Matteo, Stefano e Clara sono fuori, in giardino. Stanno piantando un’aiuola, o meglio, Matteo ci sta provando, sotto la guida di Stefano, ma non sembra averne molta voglia: protesta, si lamenta, sposta i sassi che ne delimitano il confine. Stefano si arrabbia e lo sprona, ma le violente folate di vento non aiutano, spostando il poco terriccio attorno alla pianta e vanificando ogni loro sforzo. Nel frattempo, Clara li osserva, in silenzio, rimettendo le rocce al loro posto. La scena dura solo qualche secondo – tornerà, più avanti, a mostrarci come prosegue – ma già in queste poche immagini di apertura Il figlio più bello racchiude l’essenza del complesso e commovente rapporto padre-madre-figlio che li lega, dove i primi cercano disperatamente di far sì che il secondo riesca a camminare sulle proprie gambe, nonostante la vita non abbia reso a nessuno di loro le cose facili. 

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Matteo Rulli – il figlio – soffre infatti di un disturbo psicologico, una forma di schizofrenia con tratti autistici che gli provoca difficoltà a relazionarsi con gli altri, a esprimersi correttamente e improvvisi scatti d’ira. Stefano – il padre, nonché co-regista del documentario – è uno sceneggiatore affermato di film come Il portaborse, Il ladro di bambini e Romanzo criminale, che insieme alla moglie Clara (Sereni, scrittrice altrettanto affermata) fa il possibile per crescere ed educare Matteo. Almeno finché quest’ultima, afflitta da una malattia incurabile, sceglie di morire tramite l’eutanasia. 

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Nel 2004, Stefano Rulli e la moglie si erano già raccontati con un altro documentario, diretto da Rulli stesso e intitolato Un silenzio particolare, dove descrivevano una giornata tipo insieme al figlio e ripercorrevano i propri passi sulla fondazione della casa famiglia “La Città del Sole”, dedicata all’inserimento nella società di persone diversamente abili. Il figlio più bello sembra quindi una sorta di sequel spirituale, ma stavolta lo sceneggiatore voleva evidentemente creare un’opera più strutturata, e forse per questo si fa aiutare da un veterano della scena documentaristica italiana come Giovanni Piperno, autore di 16 millimetri alla Rivoluzione Il pezzo mancante.

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I due registi alternano scene di “oggi” a quelle di “ieri”, mostrando la convivenza attuale di Matteo con Marco Casodi, il suo “secondo padre”, e districandosi abilmente tra i numerosi materiali d’archivio e trovando subito il filo invisibile, il cordone ombelicale che connette il passato al presente: Clara, l’indimenticata moglie e madre che ora non c’è più ma che continuerà a permeare in eterno le vite di Stefano e Matteo. Soprattutto di quest’ultimo, che non sembra nemmeno in grado di comprendere fino in fondo il concetto di “morte” e si rifiuta, in una delle sequenze più struggenti, di lasciare doni sulla sua lapide. Non è un caso che siano proprio di Clara le parole che danno il titolo al film, né che sia lei a prendersi la scena in più di un’occasione, dimostrando una lucidità mentale invidiabile e un amore sconfinato. 

Di contro, Stefano – ormai piuttosto anziano – si preoccupa di quando non ci sarà più, e quando Matteo deve affrontare un viaggio da solo in Vietnam, prende immediatamente il sopravvento la paura di lasciarlo andare. Del resto ha sempre accompagnato e sostenuto il figlio, in ogni momento della sua vita, come la terra nutre e supporta l’esistenza della pianta nella sequenza iniziale. Ora che quella terra si fa più vecchia e fragile, la pianta rischia di essere spazzata via, a meno che Matteo non impari a prendersene cura da solo. 

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Il figlio più bello diventa dunque qualcosa di più di un semplice ritratto famigliare, ma un vero e proprio percorso terapeutico e di accettazione per il regista, le cui tracce si possono trovare – come il documentario dichiara esplicitamente – già nella sua filmografia passata, da La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana e Le chiavi di casa di Gianni Amelio. Rulli non è però alla ricerca di alcuna pietà, né per se stesso né per il figlio, e non ha nessuna remora nel mostrare Matteo nei suoi momenti peggiori (che forse sono anche quelli migliori), dove l’istinto e la mancanza di freni lo portano a reagire violentemente in più di un’occasione, salvo poi scusarsi e lanciarsi in caldi e lunghi abbracci. Del protagonista emerge così non solo una profonda sensibilità, ma perfino una certa verve comica innata – “Che cosa sai d’inglese?” “Guagliò”, oppure “Pasqua ‘91: Matteo raccoglie un pezzo di pomodoro caduto in terra e lo mette in bocca. Io lo rimprovero: ‘Butta via quella schifezza’. Lui guarda il pomodoro e dice: ‘Povera schifezza’ – che lo rendono un personaggio straordinariamente vero e umano.

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