Il frutto della tarda estate, di Erige Sehiri

Un groviglio di relazioni amorose, di lavoro, di sopraffazione, di spezzati legami familiari. Pur con qualche momento di pausa, è coerente con la sua idea di fondo. Apertura del FESCAAAL 32 di Milano

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Si scambiano sguardi, si riannodano ricordi e si dà spazio ai desideri in quella giornata di lavoro, dal mattino al principio della sera, sotto gli alberi di fichi e tra l’intreccio dei loro rami.
Erige Sehiri, nata a Lione da genitori tunisini e cresciuta artisticamente tra l’Europa e l’America, con Il frutto della tarda estate è al suo primo lungometraggio di finzione dopo un documentario, La voie normale del 2018, presentato nello stesso anno a Visions du réel.
Per questo film torna nella sua originaria Tunisia dove era stata anche in occasione della recente rivoluzione, che ha segnato una cesura in quel Paese fra un prima e un dopo pur restando inalterate alcune questioni e i difetti di base di una società che nella modernità vive comunque le strette relazioni con un ambiente dove esistono forti resistenze al cambiamento.
Under the Fig Trees che la distribuzione italiana ha deciso di intitolare Il frutto della tarda estate snaturando del tutto il senso del titolo originale, ma soprattutto il senso del film – tema sul quale si dovrà tornare – apre la32° edizione del Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina, centrando l’attenzione su un’Africa ancora in movimento, su una ormai consolidata attenzione ad una altrettanto consolidata presenza femminile nel panorama artistico cinematografico di questi Paesi e su una storia nella quale il tema dell’emancipazione femminile diventa tema assorbito e, anche questo, ormai, stabilmente inserito in ogni racconto quale tema di fondo e tutto sommato anche quale forma di rispecchiamento delle autrici nelle ansie e nelle gioie dei loro personaggi.
Accade anche in questo film corale laddove l’assenza di una sola storia diventa il tema dominante, frammentandosi la trama in un groviglio di relazioni amorose, di lavoro, di sopraffazione, di spezzati legami familiari, in quei discorsi in cui si preconizza il futuro e si dà conto del presente. Le giovani e meno giovani donne e gli uomini anch’essi in questo stesso ordine, lavorano dal mattino alla sera presso il frutteto di fichi, sotto il controllo del giovane padrone. Quella giornata per qualcuno sarà importante e per altri uguale a molte altre, e rinsaldare amori e tessere prospettive per il futuro, sotto i rami frondosi dei fichi, sembra costituire il senso di un racconto che si apre in un finale gioioso, e forse nella più bella sequenza del film che vede le giovani protagoniste riappropriarsi della propria vita truccandosi reciprocamente e sciogliendo i capelli in vista del ritorno e della sera ancora da vivere.

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Girato come un film a metà tra la costruzione solo dialogica di Rohmer e la concretezza realista di Kiarostami Il frutto della tarda estate, pur con qualche momento di pausa, sa rispettare la sua idea di fondo, quella di un cinema che sa essere narrativo, ma senza fondare il suo appeal sulla drammatizzazione e nella costruzione attenta dei personaggi che lavorano in simbiosi con la macchina da presa nella loro naturalezza istintiva. Un cinema che sa farsi rispecchiamento di una intera società da un punto d’osservazione trascurabile, un racconto multiforme che prova a scavare nei nervi scoperti di un Paese ancora legato ad una supremazia maschile, che si va però a frantumare nella decisa opposizione e nell’istintivo rifiuto, ormai introiettato rispetto ad ogni imposizione, delle donne.
Erige Sehiri, in fondo, gira un film in cui i personaggi in quel loro lavorio della parola, nei desideri d’amore più o meno corrisposto e in quel passato che le più anziane richiamano istintivamente ponendolo in una silenziosa relazione con il presente, sanno mostrarci un Paese in movimento, un paesaggio che solo apparentemente resta immobile, ma in cui sotto sotto matura il fuoco che anima il mutamento.
Per cui pur mutando la distribuzione italiana il titolo del film da un bagaglio che deriva da un esotismo cinematografico rispetto al quale si fa assonante, molto più aderente alla fitta rete di relazioni sulla quale è costruita la storia e le storie, ci sembra essere l’originale titolo internazionale con il quale il film si fa conoscere.

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Titolo originale: Taht alshajra
Regia: Erige Sehiri
Interpreti: Abdelhak Mrabti, Fedi Ben Achour, Gaith Mendassi, Hneya Ben Elhedi Sbahi, Leila Ouhebi
Distribuzione: Trent Film
Durata: 92′
Origine: Tunisia, Svizzera, Francia, Qatar, Germania 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.2
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Il voto dei lettori
4 (2 voti)
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