Il grande Lebowski, di Joel Coen

Frullando e smascherando nella sua irresistibile centrifuga cinematografica una miriade di “manifesti culturali” americani, il film diventerà paradossalmente nel decennio successivo esso stesso un enorme manifesto culturale: un film cult(ura) che travalica lo spazio dello schermo per invadere quello del pensiero, delle azioni quotidiane, del linguaggio comune. In sala il 15,16,17 dicembre

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Mettiamola così: Il grande Lebowski è il non plus ultra del cinema coeniano. Osservatorio privilegiato del loro inconfondibile congegno autoriale, nonchè svelamento divertito e divertente del loro laboratorio metacinemagrafico. Il cinema diventa protagonista assoluto nel tour de force del gioco con i generi: dalla struttura classica del noir mutuata dai capolavori degli anni ’40 e ‘50 (Il grande sonno di Chandler/Hawks su tutti), al western anni ’70; dal musical psichedelico degli irresistibili numeri di Julianne Moore e Jeff Bridges, al grottesco puro degli scatenati John Goodman e Philip Seymour Hoffman. Ma tutta questa solidissima struttura preesistente viene totalmente rinegoziata dai Coen che perpetrano uno scientifico inabissamento di ogni senso, idealmente incarnato dal sublime ed “inutile” personaggio di Jesus Quintana/John Turturro. Il vuoto pneumatico prodotto dal sistema valoriale post-reaganiano ha partorito trame, personaggi e misteri ridicoli e unidimensionali. Non c’è più Cary Grant che svela l’Intrigo Internazionale annerendo con una matita i segni lasciati dalla femme fatale su un foglio bianco, ma c’è un ubriaco e sbrindellato Jeff Bridges che – in un evidente rimando – su quello stesso foglio annerisce il disegno di un pene eretto. Che non “significa” niente.

Il senso si annebbia sempre più, pertanto, e rimane solo lo sguardo di Dude Lebowski che si poggia su ogni situazione con divertito distacco («lei dice Fuck a tutto,è sempre questa la sua risposta!» obietterà il vecchio Jeffrey). Il Grande Lebowski, frullando e smascherando nella sua irresistibile centrifuga cinematografica una miriade di manifesti culturali americani (dal pacifismo alla retorica guerrafondaia, dal culto del self made man alle sottotrame sessuali che dominano ogni rapporto di potere, dall’arte come elite, alla musica come massa), diventerà paradossalmente nel decennio successivo esso stesso un enorme manifesto culturale: un film cult(ura) che travalica lo spazio dello schermo per invadere quello del pensiero, delle azioni quotidiane, del linguaggio comune. Uno degli apici del cosiddetto “postmoderno”. Lo sguardo disincantato dei Coen, ossia quello di Dude Lebowski, è diventato lo sguardo di un’epoca. Gli anni ’90. L’unica strada per sfuggire ad un reale divenuto sempre più incredibilmente simile a quello profetizzato dal capolavoro altmaniano Nashville (la violenza ingiustificata e la guerra mediatica come unico collante sociale) è lo sguardo anestetizzato dalla consapevole ironia rimasta la sola arma possibile: “essere” Dude Lebowski diventa l’unica salvezza.

Titolo originale: The Big Lebowski

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Regia: Joel Coen

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Interpreti: Jeff Bridges, John Goodman, Julianne Moore, Philip Seymour Hoffman, Ben Gazzara, John Turturro

Origine: Usa, Gran Bretagna, 1998

Distribuzione: The Space Movies

Durata: 117

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