Il ladro di giorni, di Guido Lombardi

Quando Vincenzo, il galeotto interpretato dal sempre incredibile Scamarcio, decide di valersi della complicità del figlio undicenne Salvo per fregare soldi e orologio alle antipatiche turiste austriache incontrate lungo la costa barese, si affaccia un pensiero perverso. Sembra quasi che Guido Lombardi stia sottilmente minando l’apparato istituzionale delle film commission, quell’immagine propagandistica, liscia, da cartolina illustrata, che ormai è uno degli strumenti di controllo e normalizzazione del cinema italiano. Tanto più che, poco dopo, Vincenzo ripete il concetto tirando fuori la pistola davanti ai baldanzosi giovani che si sono offerti di recuperare il maltolto. Bel sistema d’accoglienza… ma del resto, come diceva qualcuno, i turisti non muoiono mai, mentre qui si muore eccome. Quindi, si tenessero anche loro qualche brivido…

È un pensiero però che sfuma dopo poco. Smentito dalla lucida diligenza di Lombardi, dalla sua poetica visiva, dalle sue immagini che attraversano l’Italia da Nord a Sud, accordandosi agli orizzonti del paesaggio e incrociando luoghi e tradizioni, tipo quando tra le suggestive strade di Gravina di Puglia sfila una processione di battenti che si flagellano a sangue, come fossimo a Guardia Sanframondi nel beneventano. Del resto, perché quelle turiste sono proprio austriache? Perché devono dare la possibilità di costruire una scena tutta giocata sulla lingua tedesca, che Vincenzo non capisce, mentre il figlio Salvo conosce perfettamente, visto che per anni, durante la reclusione del padre, ha vissuto in Trentino con gli zii. E perché proprio il Trentino? Perché, magari, ci sono anche delle ragioni produttive, da film commission appunto. Tutto ha una logica, in fondo. Che sia proprio questo il limite contro cui Guido Lombardi continua a fare i conti? In fondo, come già si intravedeva in La-Bàs e ancor più in Take Five, il suo cinema desidera da sempre le grandi forme del racconto di genere, immagina di scoprire sentieri noir partendo magari dalle strade polverose del reale. O, come qui, da una traccia narrativa caparbiamente inseguita. Il soggetto de Il ladro di giorni viene da lontano. Era già stato premiato al Solinas nel 2007 e, sempre a partire da quello spunto, Lombardi ha pubblicato pochi mesi fa un romanzo per la Feltrinelli. Un lungo viaggio on the road, in tutti i sensi…

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Certo, è strano che questo viaggio incroci in parte alcuni percorsi geografici dell’ultimo film di Marra, a cominciare dal Trentino. Così come è una curiosa coincidenza che entrambi i film, seppur in forme e toni decisamente diversi, mettano in gioco l’incontro-scontro tra un adulto e un bambino. Drammi della paternità… E in questo senso, Il ladro di giorni ha anche i suoi momenti di profondità e di libertà, quando riesce a cogliere il punto schizofrenico tra un’altra assurda educazione criminale e la complicata riscoperta degli affetti e delle responsabilità. Ma, come si diceva, tutto ha una logica. La narrazione di Lombardi vuole essere cartesiana, intrecciare ascisse e ordinate, far quadrare i cerchi. Vuole trovare una forza poetica per pura combinazione di funzioni, suggestioni letterarie e cinematografiche, giochi di incastri e colpi di scena. Ma l’intreccio finisce per tessere una trama troppo soffocante sulle intenzioni del film, finendo per togliere respiro anche alle derive sulla strada e alle alchimie tra Scamarcio e il suo giovane coprotagonista, Augusto Zazzaro. Doveva essere un salto nel vuoto, ma alla fine il meccanismo, la costruzione, finisce per essere una rete di protezione troppo grande e ingombrante.

 

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Regia: Guido Lombardi
Interpreti: Riccardo Scamarcio, Massimo Popolizio, Giorgio Careccia, Vanessa Scalera, Augusto Zazzaro
Distribuzione: Vision Distribution
Durata: 105′
Origine: Italia, 2019

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3 (1 voto)