Il mago del Cremlino. Le origini di Putin, di Olivier Assayas
L’ascesa di Putin è un gelido riflesso della politica come opera d’arte, al di là del bene e del male. Un grande film. Tratto dal romanzo omonimo dell’italiano Giuliano da Empoli
Forse il cinema di Olivier Assayas è sempre stata l’elaborazione poetica di una rivoluzione mancata. Lo è stato per i ragazzi di Desorde (1986), per quelli de L’eau froide (1994) e di Qualcosa nell’aria (2012), per i musicisti di Clean (2004) e per tanti altri personaggi semi-autobiografici che disseminano la filmografia del grande cineasta francese, uno dei pochi capaci di raccontare lucidamente i cambiamenti antropologici e culturali che hanno interessato i quattro decenni a cavallo tra il XX e il XXI secolo. E per certi versi questo ambiziosissimo (e progettualmente difficilissimo) Il mago del Cremlino. Le origini di Putin è anch’esso un film su una rivoluzione mancata. O meglio, di una rivoluzione invertita, oscura. L’ascesa al potere di Vadim Baranov (un Paul Dano perfetto nella sua maschera asettica da uomo nell’ombra), consigliere di Vladimir Putin (Jude Law, perversamente mimetico) prende le mosse proprio dal clima rivoluzionario che si respira in Russia nei primi anni ’90, dopo la caduta del Muro di Berlino e dell’Unione Sovietica. Un momento storico di esplosioni artistiche, adrenalina neo-capitalista che Assayas racconta come il post-1968 dei suoi film più personali. C’è il punk, la scoperta delle libertà sessuali e della letteratura una volta censurata dal Partito Comunista. Vadim è ossessionato da Noi, il romanzo distopico di Evgenij Zamjatin bandito da Stalin che influenzò Orwell e che il protagonista in qualche modo userà per oliare i meccanismi di controllo e colonizzazione della democrazia sovrana di stampo putiniano. Mentre i nuovi oligarchi russi si arricchiscono e il ricambio generazionale sposa il neoliberismo americano, il percorso di Vadim è esemplare: regista teatrale, produttore televisivo, consulente di comunicazione e braccio destro dell’ex agente del KGB Putin.
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E così il film di Assayas, tratto dal romanzo omonimo dell’italiano Giuliano da Empoli e sceneggiato dallo stesso regista insieme a Emmanuel Carrère (presente anche in un cameo) da coming of age storico-generazionale diventa gradualmente la gelida cronaca della costruzione “creativa” di un potere totalitario, con le sua strategie, i meccanismi di comunicazione, i personaggi che entrano ed escono dal quadro storico e i fatti raccontati con la velocità irreversibile e ineluttabile di un “nuovo” mondo distopico come quelli denunciati da Zamjatin/Orwell e qui machiavellicamente assorbiti. “Giochi a fare l’artista tra i politici e il politico tra gli artisti” dice Putin a Vadim, scoperchiando apertamente il “gioco” manipolatorio raccontato passo dopo passo in oltre due ore e trenta che scorrono dense e serrate. Se in Carlos (2010), serie tv capolavoro e opera “gemella” a questa, il terrorista sudamericano veniva visto come una rockstar megalomane e autodistruttiva, in Il mago del Cremlino. Le origini di Putin Vadim Baranov è l’alter-ego di un artista d’avanguardia cinicamente prestato al Potere (“Sei diventato cinico, hai raggiunto il limite della tua intelligenza”), che smonta e rimonta pezzi – il monologo sulla manipolazione informatica – come fosse una performance avanguardista al di là del bene e del male.
E quindi più che un film sulla Russia di oggi Il mago del Cremlino. Le origini di Putin è una fredda analisi sulla nascita e sull’evoluzione dei totalitarismi contemporanei. Quasi una sorta di manuale (contro-rivoluzionario?) per capire come fondare e mantenere qualsiasi tipo di potere sovrano. La macchina da presa del regista, orchestrata dal solito, bravissimo Yorick Le Saux, si muove sinuosamente tanto nei corridoi delle stanze del potere, quanto nelle redazioni televisive o in quelle dove si consumano party miliardari, accumulando dettagli, dialoghi, confessioni, teorie di controllo di massa, senza mai giudicare ideologicamente gli eventi ma semmai osservandoli e registrandoli rossellinianamente, in modo quasi didattico. Eppure stavolta sembra non esserci quel punto di incontro emotivo tra l’uomo e la Storia che altre volte il cineasta francese sembrava suggerirci. “Il kitsch è l’unico linguaggio che abbiamo” dice a un certo punto il protagonista, nel bel mezzo di una riunione di Stato. E probabilmente Il mago del Cremlino. Le origini di Putin è uno dei film più cupi del regista. Solo nello spiazzante e rude finale, con quella pistola che entra a lato dell’inquadratura, Assayas sembra concedersi – in prima persona? – un gesto dadaista di annullamento del personaggio. Lo sfregio personale dell’autore all’ “opera d’arte” raccontata e messa in scena da Vadim Baranov (e Vladimir Putin).
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Titolo originale: Le mage du Kremlin
Regia: Olivier Assayas
Interpreti: Paul Dano, Alicia Vikander, Jeffrey Wright, Jude Law, Tom Sturridge, Will Keen, Andrei Zayats, Kaspars Kambala, Andris Keiss, Magne-Håvard Brekke
Distribuzone: 01 Distribution
Durata: 149′
Origine: Francia, USA 2025





















