"Il mio angolo di Paradiso", di Nicole Kassell

Il mio angolo di ParadisoMarley Corbett è una giovane donna che esprime perfettamente i tempi che corrono con tutte le sue ansie e le sue manie. La carriera prima di tutto, ma, sin da subito, si mette in chiaro che il personaggio che si sta presentando davanti ai nostri occhi non è l'ennesimo esempio di “donna senza cuore che cambierà con l'amore”, come spesso accade nella commedia medio-commerciale americana degli ultimi anni. Marley un cuore ce l'ha già e anche bello grande, come mostra la sua devozione nei confronti degli amici di sempre o della figlia di una di loro, con cui si comporta da amorevole e divertente zia, o perfino del suo mastodontico cane, che immancabilmente occupa l'altra metà del letto. Il problema, allora, non sarà tanto farla innamorare quanto, piuttosto, farle accettare la vita e farle ammettere i suoi sentimenti. E ovviamente tutto questo avverrà nel momento in cui si rischia di più e c'è da combattere contro la malattia. Per cui, definire il film di Nicole Kassell semplicemente come una romcom sembra quasi inappropriato perché, nonostante l'elemento romantico, nel senso più tradizionale del termine, ci sia, questo non è il cuore della pellicola. Tanto quanto Gael Garcia Bernal non si pone come co-protagonista, rimanendo sempre in disparte, sembrando a volte quasi fuori luogo.

Piuttosto troviamo una serie di personaggi secondari che circondano colei che davvero dà vita al film, dalla prima all'ultima inquadratura, lasciandole spazio per brillare e fornendole sostegno, senza mai scadere nel puro macchiettismo né appiattendosi su una sola dimensione. Kate Hudson è il centro focale della pellicola senza ombra di dubbio e la regia della Kassell mira proprio a esaltare questo fattore, costruendole attorno la giusta atmosfera, in particolare facendo diventare i luoghi di New Orleans, magnificamente fotografati da Russell Carpenter, un altro importante personaggio che accompagna Marley nel suo percorso, rispecchiando quella serenità d'animo che la caratterizza nell'accettare il suo destino, mentre lascia agli interni i momenti più tragici, quelli di conflitto, non solo tra Marley e gli altri, ma soprattutto quelli con se stessa.

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La Hudson riesce a dare sostanza al suo personaggio, riempiendo di sé e della sua solarità ogni inquadratura: ogni primo piano ci racconta, come un libro aperto, la storia interiore di questa donna mentre si lascia ai campi più ampi la possibilità di far parlare un corpo che via via si indebolisce sempre di più, non più la simpatica goffaggine dell'inizio, ma una ben più triste caduta, che lascia presagire l'inevitabile. E, come dicevamo prima, i personaggi che la circondano esaltano questa trasformazione, in particolare Kathy Bates e Treat Williams, i genitori di Marley, che con poche scene riescono a narrare la storia di una vita: basta che passi uno sguardo tra loro e Marley per capire tutto ciò che non viene detto, aiutandoci a comprendere più facilmente la riluttanza della figlia a legarsi a qualcuno. Ma soprattutto il sempre bravo Peter Dinklage che con il suo Vinnie ci dà un saggio dell'equilibrio su cui si regge il film. Forse è proprio questo l'elemento vincente su cui la regista ha saputo giocare, trasportando con sé lo spettatore: trovare l'allegria anche nei momenti più tragici e, nonostante il finale sembri un po' retorico, il film convince per questo mix che la Kassell ha saputo amalgamare con cura.

Titolo originale: A Little Bit of Heaven
Regia: Nicole Kassell

Interpreti: Kate Hudson, Gael García Bernal, Kathy Bates, Whoopi Goldberg, Peter Dinklage
Origine: Usa, 2011
Distribuzione: Moviemax
Durata: 106'

 

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