Il mio corpo, di Michele Pennetta

Un film che si compone di silenzi, di sguardi, di due corpi che condividono un destino di privazioni e di solitudine. Premio Raffaella Fioretta ad Alice nella città a #RomaFF15

È un invito ad ascoltare quello che ci viene fatto da Michele Pennetta ne Il mio corpo, presentato in anteprima italiana ad Alice nella città e vincitore del premio Raffaella Fioretta. Ascoltare cosa? Innanzitutto ciò che non si può percepire direttamente, un linguaggio che scorre al di sotto della parola e che riempie con la sua presenza tangibile lo spazio circostante arrivando a saturarlo: sono i corpi di Oscar, un bambino cresciuto troppo in fretta, e di Stanley, un ragazzo nigeriano accolto da una Sicilia che non vuole più lasciarlo andar via; sono i loro silenzi sostenuti, i loro sguardi che fuggono verso una linea di confine che non vediamo o di cui è impossibile immaginare la fine.

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Perché sono circondati da un territorio sterminato, per lo più abbandonato e brullo; attraversato dalla Storia e poi dimenticato. Se ne raccolgono i resti in queste discariche a cielo aperto che danno da vivere alla famiglia di Oscar: ferro, rame, ottone, alluminio che ogni giorno vengono caricati sul furgone per essere rivenduti – “in tutto fanno 400 o 500 euro”, dice il padre. Tra i rifiuti spunta anche la statua di una Madonna che viene issata a testa in giù, come se bisognasse scavare per trovare ancora qualche traccia di un sentimento religioso, e in fondo, di una guida. Si affida invece a Dio Stanley nel suo percorso che dal mare l’ha portato qui, con i segni ben visibili su un corpo che per sopravvivere si presta ai lavori più disparati: le pulizie in chiesa, la raccolta dell’uva, portare le pecore al pascolo. Lo vediamo preparare il banku per lui e il suo amico, che ha fatto richiesta per il permesso di soggiorno ed è in attesa di una risposta.

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Pennetta mette in scena una narrazione che prende forma quasi parallelamente alla fase di scrittura e che quindi è molto libera nei confronti della storia e dei personaggi; che si affida a un realismo estraneo allo sviluppo sistematico di dinamiche e traiettorie; e che è autentico nel soffermarsi su queste due esistenze che condividono un destino di privazioni e solitudine. Entrambi abbandonati dalle loro madri, vorrebbero evadere da un presente che nel suo ciclo perpetuo di albe e tramonti – prezioso il lavoro sulla fotografia di Paolo Ferrari – sembra già condannare questa generazione di giovani. E allora nelle corse di Oscar in bicicletta, con il vento che entra da sotto la maglietta gonfiandola e la velocità che aumenta fino a superare il tempo e ad annullarlo, si sente tutto il desiderio di libertà e di rivincita. La macchina da presa insiste sui corpi dei protagonisti, li segue, si avvicina fino a stabilire un rapporto di intimità e di condivisione; che culmina in un incontro fugace al chiaro di luna che sospende per un attimo la realtà e rischiara il volto di Oscar di una nuova luce.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.6

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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