Il mondo come non lo abbiamo mai visto

Presentato in chiusura della 53esima edizione del festival di Cannes, In the Mood for Love di Wong Kar-wai ha rappresentato la conferma che tutto ciò che di buono si era visto a partire dal mercoledì 10 maggio proveniva dal cinema orientale. Atteso spasmodicamente da quanti hanno eletto Wong narratore privilegiato di inquietudini e turbamenti, annunciato come ‘The Bejing Project’ e circondato da un’aura di mistero alimentata dalla sua lunghissima gestazione, il film rappresenta un ritorno alla sospensione e alle attese di Days of Being Wild, opera seconda di Wong e lavoro dalla genesi altrettanto sofferta.

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Catturati in interni che si chiudono geometrici intorno ai loro corpi, Maggie Chueng e Tony Leung Chiu-Wai vivono una storia d’amore silenziosa e discreta costellata di gesti minimi e silenzi abissali.
Nella sua vocazione a praticare un cinema essenzialmente impuro, contaminato, aperto nei confronti del paesaggio mediale contemporaneo, Wong scopre una pratica del pudore e della durata che si offre come la risposta hongkonghese al lavoro di Hou Hsiao-hsien (del quale non a caso mutua l’operatore Mark Li Ping-bing che ha illuminato gli interni di Flowers of Shanghai). Ancorato alla memoria, intesa come ricettacolo della Storia – che resta comunque ad agire nel fuoricampo – il film s’inoltra con una progressione spiraliforme dettata dalla solidarietà fílmica nei confronti dei corpi, in una fenomenologia dell’assenza d’amore che turba mentre rivela segmenti di un mondo mai visto (già, per quanto banale possa sembrare, Wong è uno dei pochi, oggi, a farci vedere il mondo come non lo abbiamo mai visto…).
Film essenzialmente d’interni, segmentati, relaziona l’insurrezione emozionale dei corpi con la limitatezza dello spazio. Lavorato tutto in sottrazione e per reiterazione di gesti – sempre gli stessi, sempre diversi – il film si mette completamente a disposizione dei suoi interpreti permettendo loro di intuire margini di spazio e di inquadrature dove abitare. Esserci ancora. E si tratta di un lavoro che si compie nel tempo che seppure non tematizzato nella manifestazione di una durata limite come nel caso di Edward Yang o di Aojama Shinji (entrambi presentati in concorso all’ultimo festival di Cannes) viene rivelato dalla resistenza che i corpi offrono al suo scorrere (l’orologio che richiama alla memoria i frammenti di Days of Being Wild). Wong Kar-wai vincola il proprio cinema a due corpi e ad alcune linee che rimandano a spazi che non si riescono a vedere ma solo a intuire: non c’è bisogno d’altro per fare un film. Oculato compositore di minimali sinfonie d’interni (è l’assenza del fuoricampo che determina la vita residuale che si agita nel campo), discreto osservatore di gesti, Wong filma come per caso (il montaggio agisce come una sospensione momentanea del dolore – illusione temporanea di requie) eppure non rinuncia a offrire una forma nuova al Mondo e ai sentimenti. Opacizzando progressivamente il suo agire, con In The Mood For Love Wong Kar-wai ridicolizza le accuse di formalismo che gravano da sempre sul suo cinema.
Wong è un testimone dell’oggi: cos’altro chiedere a un cineasta?
Osservare l’articolarsi della dialettica tra sguardo-presenza e sentimenti-mondo è un privilegio del quale Wong Kar-wai partecipa a pari merito con pochissimi altri, tutti rigorosamente provenienti dal Giappone, Taiwan, Corea e Hong Kong.
Resta semmai da chiedersi cosa permette a Taiwan, in Giappone, in Corea, a Hong Kong al cinema di prodursi costantemente come differenza rispetto al mondo e al linguaggio. Interrogativo sul quale bisognerà tornare…
Intanto gioiamo: Wong Kar-wai ha realizzato un nuovo film. Il cinema ha ancora qualche speranza.

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