Il mostro della cripta su Prime Video e in DVD – Intervista a Daniele Misischia

Passato a Locarno e in sala, il 23 ottobre è sbarcato su Sky Cinema e a partire dal 25 ottobre è disponibile anche su Prime Video e in DVD: il regista ci svela i segreti de Il mostro della cripta

Il mostro della cripta di Daniele Misischia ha creato diversi precedenti. Intanto un film di genere, avventuroso a metà fra l’horror e la commedia, con protagonisti ragazzini, in Italia non era mai stato realizzato. Qualcuno potrebbe ricordare Vacanze col gangster del 1951, nel quale Dino Risi lanciò l’allora dodicenne Terence Hill, ma erano altri tempi e soprattutto Spielberg e compagni non avevano ancora dettato le regole. In secondo luogo, non era mai accaduto che una produzione come questa approdasse al Festival di Locarno, sdoganando la cultura pop nelle stanze del cinema d’essai. Uscito in sala ad agosto, il 23 ottobre è sbarcato su Sky Cinema e a partire dal 25 ottobre è disponibile anche su Prime Video e in DVD.

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Sappiamo che l’idea alla base de Il mostro della cripta i fratelli Manetti l’avevano scritta una decina di anni fa. Cos’hai pensato quando ti è stato proposto il progetto?

Quando hai dei produttori che ti fanno capire di voler puntare di nuovo su di te, addirittura con un altro horror, non ti puoi tirare indietro. Quindi ho letto immediatamente la sceneggiatura, l’ho trovata nelle mie corde, ho accettato e siamo andati avanti. Certo se non mi fosse piaciuta non avrei accettato a forza, ma era comunque un’occasione da prendere al volo. Inoltre, al di là del valore dei personaggi e della storia, mi sono reso conto che uno dei temi del film sarebbe stato il racconto. La bellezza di raccontare storie appassionanti, avvincenti, per intrattenere il pubblico, e questo è uno dei motivi principali per cui faccio questo mestiere. Nonostante la sceneggiatura a cui abbiamo collaborato io e Cristiano Ciccotti sia firmata da Antonio e Marco Manetti con Alessandro Pondi e Paolo Logli, il film lo sento mio quasi quanto il precedente The End? L’inferno fuori, scritto da me con Cristiano.

Considerando il tuo interesse collaterale per fumetti e videogiochi, la cultura pop in generale ti ha fornito altri modelli per il film oltre il cinema degli anni 80?

In realtà il modello era proprio il classico cinema avventuroso anni 80: I Goonies di Richard Donner e ovviamente le opere di Spielberg. In me c’è anche la passione per il fumetto ma ciò che mi ha spinto è stato voler fare un film con una storia avvincente che potesse divertire diverse fasce di pubblico. Non solo i ragazzi, ma anche gli adulti che magari hanno vissuto proprio quel decennio. E mettendomi nei panni del protagonista Giò, interpretato da Tobia De Angelis, che vive in un paesino sperduto a 19 anni nel 1987, mi interessava soprattutto mostrare come cinema, fumetto e videogioco all’epoca rappresentassero possibilità per vivere altre storie. Oggi come ieri, il giovane isolato e con poche prospettive cerca storie ovunque possa trovarle. Ma forse è una cosa che appartiene più a quella generazione di “nerd”, privi di mezzi per noi oggi scontati, che erano sempre alla ricerca di modi alternativi con cui passare il tempo, per portare la loro testa da un’altra parte.

Giò e i suoi amici passano il tempo libero girando piccoli film horror in un momento storico che vedeva il genere al massimo del suo splendore. Ma questa è stata anche la tua esperienza, negli anni duemila, con piccoli film indipendenti. Com’è stato metterla in scena?

Io, come molti altri, ho cominciato girando cortometraggi. E quando ho letto la sceneggiatura mi sono subito ritrovato in Giò. C’è da dire che negli anni 80 dovevi essere molto fortunato per riuscire a procurarti una videocamera. In più, venivi visto un po’ come lo strano del quartiere. Comunque mi sono molto divertito a mettere in scena queste situazioni. Le ho girate come avrei fatto vent’anni fa, con tanta passione ma anche tanti errori e tanta ingenuità. Che sono gli ingredienti base. Quindi mi ci sono ritrovato, anche se sono figlio di un’era in cui questa cosa era già normalizzata nella società.

Come sarebbe stato il personaggio del fumettista se non l’avesse interpretato Lillo?

Ovviamente non era stato scritto pensando a Lillo, ma il carattere è rimasto invariato e il suo modo di fare era già stabilito. Lillo lo ha arricchito, mettendoci del suo, anche improvvisando qualche battuta, perché ha dei tempi comici fenomenali e gli abbiamo lasciato abbastanza carta bianca.

I ragazzi come li avere scelti? Ne avete provinati tanti?

Abbiamo fatto tantissimi casting sia a Roma sia a Bologna, e devo dire che Tobia e Amanda li ho scelti non appena li ho visti. Per gli altri non è stato facile perché ne abbiamo incontrati davvero tantissimi. Ma quelli selezionati avevano qualcosa in più e infatti sono soddisfatto del risultato.

A proposito di Vanessa, il personaggio interpretato da Amanda Campana, si può dire che a differenza del cinema anni 80 nel tuo film ci sia una forte componente femminile. Quali pensi siano – se ce ne sono – gli altri elementi di novità del tuo film rispetto ai suoi modelli?

Non so se si possa parlare di novità, ma credo che un film di genere come questo, pieno di sottogeneri, con protagonisti ragazzini, in Italia o non si sia mai fatto o non lo si vedesse da un po’. In realtà, mentre lo giravo non pensavo ad immettere elementi di novità perché la mia idea era di fare un film classico che si rifacesse proprio a quel filone che conosciamo tutti.

Quindi l’intenzione non era ripensare il genere ma rilanciarlo?

Esatto, una storia dal sapore anni 80 con protagonisti ragazzini che vivono un’avventura fuori dal loro quotidiano. Una modalità che è ormai tornata in voga con film e serie tv.

Quali sono i prodotti di questo revival che ti hanno colpito di più?

Ad esempio Stranger Things mi è piaciuta molto, tutte e tre le stagioni. Non ne vado pazzo come alcuni, ma sicuramente è un prodotto ben realizzato. E poi in quel modo hanno scoperto molti nuovi bravi attori, che era un po’ la peculiarità anche di quei film anni 80. In generale, non storco mai il naso quando nasce un filone che si rifà al passato. Se escono buoni film non mi faccio problemi a dirlo, altrimenti li ignoro e fine. Non ho mai avuto pregiudizi di sorta. Le cose le vedo, le vivo, le faccio e se non mi piacciono evito persino di parlarne perché sarebbe una perdita di tempo.

Bobbio fa ovviamente pensare alla filmografia di Marco Bellocchio, soprattutto quest’anno con l’uscita del suo documentario Marx può aspettare, e quindi a un cinema molto lontano dal tuo. Come siete arrivati alla scelta di questa location?

È stata una scelta più produttiva che artistica perché Pier Giorgio Bellocchio fa parte della Momprecem, la casa di produzione dei Manetti Bros. Inizialmente la prima stesura era ambientata in un altro paesino. Poi fu proprio Pier Giorgio a consigliare di fare dei sopralluoghi a Bobbio perché alla sua famiglia lì si aprono tutte le porte. Quindi siamo andati a vedere. È un bellissimo borgo, il borgo più bello d’Italia, ma al di là del vantaggio estetico fu una scelta produttiva.

Bobbio è quel genere di borgo che sembra non cambiare mai, come la provincia americana che si vedeva in certo cinema di genere.

Vero. Ma riportare Bobbio agli anni 80 era sicuramente più facile che farlo con un quartiere di Bologna. Poi certo, quando inquadri i suoi campanili, i suoi ponti e le sue vallate, un posto come quello regala tantissimo a livello visivo.

Alla Festa di Roma appena conclusa i Manetti hanno ricordato come il loro secondo film sia stato fatto con meno soldi del primo e che questo li abbia poi avvantaggiati sul piano creativo, anche come produttori. Tu come hai vissuto questo “metodo Manetti”?

In realtà, con me questa questione non è mai stata affrontata perché Il mostro del cripta è costato molto più di The End? L’inferno fuori. E anzi, all’interno della Mompracem adesso c’è proprio l’idea di portare avanti un discorso con i nuovi registi che producono per fare sempre qualcosa di più. Non parliamo di triplicare il budget a ogni film, ma comunque alzare l’asticella. Comunque io non avrei problemi a tornare a lavorare con un budget più ristretto. Ovviamente ci dev’essere un’idea realizzabile con poco come quella del mio esordio. Per quanto riguarda la libertà di fare ciò che si vuole, io sono stato assolutamente libero sia sul set di The End? L’inferno fuori sia per Il mostro della cripta. Certo, nel secondo i Manetti sono stati più presenti perché l’avevano scritto.

Che genere di contenuti speciali contiene l’edizione home video?

Come già nel Blu-ray del mio primo film, qui i contenuti li ho curati io personalmente. C’è un bel dietro le quinte del film di circa un quarto d’ora, con intervista mia, di Amanda e di Tobia, e un bel backstage di scene sul set. E poi ho inserito tre scene tagliate a cui tenevo perché comunque sono state tolte all’ultimo, quindi presentano già il colore definitivo e la colonna sonora. Tutto il materiale che avevamo è stato inserito all’interno dell’edizione. Purtroppo è uscita in DVD ma non in Blu-ray.

Un paio di anni fa parlasti di un film che i Manetti Bros. ti avrebbero prodotto partendo da un tuo corto. Che fine ha fatto quel progetto?

Si tratta di un progetto che doveva partire nel 2019, prima de Il mostro della cripta. Eravamo praticamente pronti a prepararlo, ma una delle produzioni che si era affiancata alla Momprecem per investire sul film si è tirata indietro all’ultimo momento con una scusa anche abbastanza ridicola. Così noi ci siamo ritrovati da un giorno all’altro con un pugno di mosche e non se n’è fatto niente. Era un film basato su un mio corto di qualche anno fa. In realtà, era solo ispirato al corto perché avrebbe preso una strada più horror e completamente diversa. Però, se tutto va bene, questo progetto al momento top secret in futuro diventerà una graphic novel grazie al disegnatore Stefano Cardoselli. Per il tipo di storia raccontata, si presta moltissimo a diventare un fumetto.

Qual è la differenza sostanziale fra cinema e graphic novel?

La graphic novel non ha immagini in movimento, prima di tutto. E ovviamente realizzare una storia così è un’operazione molto meno costosa che produrre un film. Con Stefano portiamo avanti un discorso già da Nessun perdono per i vivi, scritta sempre insieme a Cristiano Ciccotti. Insomma se non riusciamo a farci produrre un film, di solito capiamo come realizzare l’idea sulla carta e venderla in qualche modo. Nessun perdono per i vivi si trova in tutti gli store e spero che riusciremo ad arrivare presto negli Stati Uniti. Contiamo di fare lo stesso percorso con i prossimi progetti.

Quando scrivi graphic novel senti di poter essere più esplicito?

Sì e no, nel senso che comunque se io avessi la possibilità di produrmi uno di questi film in maniera indipendente sarebbe esattamente uguale. Ad esempio, Nessun perdono per i vivi è una storia molto violenta con un sacco di scene piene di sangue, e potendo scegliere io la metterei in scena nello stesso modo. Mentre troverei assurdo se un produttore che volesse farmi raccontare questa storia mi chiedesse di tirare il freno sulla violenza e sul sangue. Non avrebbe quasi senso produrlo.

Cosa dobbiamo aspettarci dall’imminente Diabolik?

Ho lavorato al progetto in fase di preparazione e sono stato anche qualche giorno sul set, ma non ho ancora visto niente. Il cast è ottimo e loro sanno girare bene quindi mi aspetto un bel film. So che hanno dato un’impostazione diversa rispetto ai loro film precedenti perché comunque Diabolik è un personaggio che si prende molto sul serio. Spero che possa diventare un caso, che incassi bene, così come Freaks Out di Mainetti, in modo da dare una scossa al cinema di genere italiano.

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