Il muto di Gallura, di Matteo Fresi

Una buona opera prima che non forza su praticamente nulla, giocando sul rapporto tra storia e mito senza mai diventare eccessivamente indulgente. Concorso

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Gallura, Sardegna, 1849. Mancano pochi anni alla spedizione dei Mille che darà il via al Risorgimento Italiano. Ma la comunità che vive da secoli su quest’isola sembra lontana anni luce da ciò che sta per accadere. Il muto di Gallura, opera prima di Matteo Fresi, presentato in concorso al Torino Film Festival, è il ritratto di una società primordiale fuori dalla dimensione spazio-temporale dell’Italia che si sta costruendo.

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L’emarginazione di quest’isola nei confronti del continente è riflessa nell’emarginazione del protagonista della vicenda, tratta da una storia vera. Sebastiano Tansu è un ragazzo sordo-muto dalla nascita destinato, suo malgrado, a diventare uno dei principali artefici di una carneficina che si consuma nel giro di quasi dieci anni e che porta all’uccisione di circa settanta fra uomini, donne e bambini. Una comunità devastata dalla faida tra le famiglie Vasa e Mamia, innescata da un matrimonio mancato.

Le istituzioni che provano ad intervenire (Chiesa e Regno Sabaudo) rimangono spettatrici del massacro, incapaci di far valere la propria autorità. La comunità ha delle regole ben precise. L’offesa si paga con il sangue. Non esiste perdono, non esiste pena che possa risarcire il danno procurato. Così versare nuovo sangue è l’unico modo per compensare il sangue già versato. L’unica legge valida per le persone è quella del taglione, mezzo insostituibile per soddisfare la coscienza collettiva. La dimensione sociale continentale è un miraggio lontano che conosce solo una sbiadita replica in città, luogo evocato ma mai rappresentato nella pellicola. “Chi l’ha mai visto il Re in Gallura”.

Le atmosfere western si mischiano al misticismo in una pellicola che vive di un’atmosfera ovattata, ancorata al passato, all’importanza della terra, dell’onore e del risarcimento morale. Ma in questa storia di emarginazione sociale c’è un più-emarginato degli altri. Sebastiano è la vittima che si fa carnefice in una comunità che non gli fornisce gli strumenti per amare il prossimo. In realtà, l’amore esiste e viene sperimentato dal protagonista. Una bambina che gli regala una rosa e una giovane donna di cui si innamora sono le uniche tracce di empatia a cui si potrà attaccare nonostante la sua fama di killer senza pietà. “Quello è il figlio del Diavolo”.

Fresi realizza una buona opera prima che non forza su praticamente nulla, giocando sul rapporto tra storia e mito senza mai diventare eccessivamente indulgente. Ottima la prova di Andrea Arcangeli (Il divin codino) in grado di mostrare con pochi sguardi quello strato di emozioni celato nella muta interiorità del suo Sebastiano.

 

Regia: Matteo Fresi
Interpreti: Andrea Arcangeli, Marco Bullitta, Giovanni Carroni, Syama Rayner, Aldo Ottobrino, Fulvio Accogli, Stefano Mereu, Adele Armas
Distribuzione: Fandango
Durata: 103′
Origine: Italia, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
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Il voto dei lettori
3.43 (14 voti)
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