Il nemico invisibile, di Paul Schrader

Chissà se Paul Schrader nel sottotesto di quello splendido e denso frammento di Venezia 70 – più volte citato da Sentieri in questi ultimi anni – in cui si interroga sullo stato del cinema nell’epoca della tecnologia diffusa e “democratica”, si sia anche posto un altro problema fondamentale. Quello della paternità dell’opera, di cosa significhi il termine “autore” dinanzi all’infinita riproducibilità e a tutte le possibilità di manipolazione e di intervento postumi, garantite dallo stato attuale del mezzo. Le immagini poggiano su un terreno di conquista vulnerabilissimo, sono carne da macello per gli sciacalli, la frontiera coloniale delle infinite meraviglie di questo nuovo mondo digitale.

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Vincent Dieutre, nel suo splendido Viaggio nella dopostoria, in cui omaggia e saccheggia a piene mani Rossellini riconosce, con sincerità disarmante, la centralità della questione. Ma molto probabilmente anche Schrader, con la lucidità teorica che lo contraddistingue (che non sempre fa il paio con un’altrettanto lucida consapevolezza registica), l’avrà intuita. Il paradosso è che per quest’ultimo Il nemico invisibile, la paternità non è stata messa in discussione dal presente e dal futuro della tecnica, quanto da un’altra istanza, vecchia quanto l’intera storia del cinema, dell’arte  e del mondo. L’economia, cioè la ragione condivisibile “in teoria”, eppur quasi sempre scellerata, del capitale, di chi mette i soldi.

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dying of the ligfhtHanno fatto il giro del mondo le accorate proteste di Schrader, dei protagonisti Nicolas Cage e Anton Yelchin, di Nicolas Winding Refn, produttore esecutivo (che in origine avrebbe dovuto dirigere il film), che hanno lamentato lo “scippo” perpetrato dalla produzione. Eppur ciò non è bastato a far vacillare i diritti della Lionsgate che, intervenuta a cose avviate (in questo senso si può parlare ancora di committenza?), ha ben pensato di dare un taglio più commerciale al montaggio finale, demolendo in un colpo solo tutte le scelte di regia e l’intera visione dell’autore. Il director’s cut è il problema fondamentale di Hollywood, addirittura un sfida infinita (come ripete da anni Ridley Scott). E Dying of the Light è solo l’ennesimo capitolo di una lotta eterna tra l’ispirazione, l’idea, l’espressione e il peso fondamentale del danaro. È la storia di Stroheim, di Peckinpah, di Cimino, quella del disprezzo e della rabbia, dei sogni, degli incubi e delle magalomanie di chi si confronta con lo strapotere di una macchina spettacolare ammazzacattivi. Siamo nel 2015 e sembra di essere nel 1913, come giustamente diceva Schrader, ma senza che i fremiti della sperimentazione possano mettere davvero a repentaglio i sistemi dell’industria. Almeno non ancora.

 

dying of the light2conosciamo bene i termini contrattuali della faccenda, ma di certo Il nemico invisibile ci arriva oggi come un puro prodotto di intrattenimento, un B-movie spionistico che passa innocuamente sopra tutti i suoi più profondi motivi di interesse. Una storia come tante altre. Un vecchio agente della CIA, pluridecorato eppur messo ai margini, costretto a un monotono lavoro d’ufficio e affetto da un’inesorabile demenza che ne mina la memoria. Ma ancora le energie per un’ultima operazione, che ha il sapore della resa dei conti.

Non c’è più traccia di quel colore espressionista voluto da Schrader e ostinatamente inseguito dal direttore della fotografia Gabriel Kosuth, che denuncia “eliminando chirurgicamente il colore espressionista dall’immagine… un autore sconosciuto ha offerto al pubblico non solo una caricatura storpiata di tutto, ma una raccolta di immagini prive di anima, emozione, significato”. Tutto il nodo problematico del personaggio di Evan Lake, con il suo carico di ansie, dubbi e fragilità, è risolto con pochi flashback e qualche scena di tortura, per rimanere affidato alle proverbiali esplosioni di Cage. Resta solo qualche segno di un’altra strada, di quel conflitto, che sembra al cuore del cinema di Schrader, tra il rispetto sacerdotale della regola, del codice (quello di Yakuza, magari) e la necessità pratica, prima ancora che teorica, della loro reinterpretazione e del loro tradimento. Alla fine è proprio la superficie del plot a raccontare al meglio l’essenza di tutta questa vicenda. Un uomo contro il sistema. Ma non basta a tener testa alla luce che muore. Il nome, in fondo, è solo un segno su un marmo di tomba.

 

Titolo originale: Dying of the Light

Regia: Paul Schrader (disconosciuto)

Interpreti: Nicolas Cage, Anton Yelchin, Alexander Karim, Irène Jacob

Distribuzione: Barter Multimedia

Origine: USA, 2014

Durata: 94’