Il nido dello storno, di Theodore Melfi

Un film che prova a mascherare dietro l’inatteso passo brillante la generale incertezza con cui affronta il tema del lutto, che lo porta a non essere mai incisivo e a perdersi nel didascalismo

Il nido dello storno pare la curiosa opera al bianco di film come The Disappearence Of Eleanor Rigby o Pieces of a Woman. Anche nel film di Theodore Melfi c’è una coppia che  si confronta con la perdita improvvisa della figlia neonata, anche qui il focus è tutto spostato sulle conseguenze del trauma sui due personaggi: Jack (Chris O’Dowd) viene ricoverato in ospedale psichiatrico e forse non vuole più tornare a casa, Lily (Melissa McCarthy) è costretta a sobbarcarsi da sola la cura della proprietà di famiglia e viene tormentata da uno storno che ha deciso di fare il nido nel suo cortile, mentre prova a riprendere il filo della sua esistenza.  Ma il cinema di Melfi forse non è ancora maturo per ragionare di tragedie così grandi e la costante presenza di un attore protagonista che regga il peso del film e se ne sobbarchi le complessità (qui c’è Melissa McCarthy, nel precedente St. Vincent toccava a Bill Murray) potrebbe non bastare.

È indubbio, tuttavia, che Melfi e lo sceneggiatore Matt Harris partano da un’intuizione affascinante, lasciando che sia l’osceno, il fuoriquadro, a plasmare il film. Il fatto è già avvenuto, la tragedia è inizialmente solo suggerita dai gesti e dagli atteggiamenti dei personaggi ma con il tempo è chiaro quanto Melfi stia provando a evitare di confrontarsi con il trauma. Si rifugia dunque nei territori della commedia e nella scrittura di Harris, che trova congeniale alla sua e attraverso cui prova a rileggere un tema così delicato. Ma è una mossa avventata, da cui scaturisce un progetto dall’anima incolore, tanto comedy quanto melò, dal passo diseguale e che sprofonda in parentesi che non collimano con l’economia generale del film.

Il nido dello storno

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Forse l’unica davvero a suo agio nel ritmo in controtempo del film, è Melissa McCarthy, sempre in bilico tra gli inserti slapstick dei duelli con lo storno e le parentesi più introspettive. Solo Chris O’Dowd riesce a seguirla, il resto del cast pare sempre indeciso sul registro da tenere in ogni sequenza e persino lo psicologo interpretato da Kevin Kline tende ad annaspare. La commedia può però arrivare fino ad un certo punto. Alla lunga Theodore Melfi non può non porre in primo piano la tragedia ed è lì che il sistema si sfalda. Perché più che il coraggio al film manca un piano preciso per affrontare il suo tema. E così si percorrono per inerzia strade già battute, spostandosi tra le tappe di un percorso di rinascita in cui ogni svolta è già nota, rimanendo sulla superficie delle cose e perdendosi in un insistito didascalismo. Melfi costringe i suoi attori in un sistema che non riesce a gestire e non si accorge, forse, dell’ottima chimica tra i due protagonisti che, se fossero stati lasciati un po’ più liberi, avrebbero trovato da soli l’approccio più adatto per ragionare sul portato traumatico del racconto.

Il nido dello storno perde di vista le sue ambiziosi e Theodore Melfi non si fida fino in fondo della grande umanità che traspare dai suoi personaggi, firmando un melò di formazione quadrato ma mai davvero incisivo, in cui qualsiasi spunto di riflessione risulta sfuggente persino a quella diegesi che avrebbe dovuto gestirlo.

 

Titolo originale: The Starling
Regia: Theodore Melfi
Interpreti: Melissa McCarthy, Chris O’Dowd, Kevin Kline, Timothy Olyphant, Skyler Gisondo, Daveed Diggs, Laura Harrier
Distribuzione: Netflix
Durata: 102′
Origine: USA, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.2

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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