Il nome lungo come il titolo. Ricordo di Lina Wertmüller

Ci ha fatto divertire e ridere dei nostri difetti. È stata una regista che ha guardato con acume alle cose della nostra società creando un irripetibile scenario di caratteri.

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Arcangela Felice Assunta Wertmüller von Elgg Spanol von Braueich, più nota come Lina Wertmüller

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Il suo nome era lungo, con le dovute asperità di quella mescolanza di lingue che tradivano la sua origine mitteleuropea, nonostante padre potentino e madre romana, e lei su queste tradizioni ha fondato la sua carriera di regista schietta e dotata di una mascolinità femminile, che ha sempre reso il suo cinema, dai titoli smisurati come il suo nome, trasversale e caratterizzato da una apparente inversione di senso, nel quale non appariva evidente la presenza femminile dietro la macchina da presa.
Lina Wertmüller, che ci ha lasciato all’età di 93 anni, è stata una donna sicuramente di carattere, regista e autrice di un cinema che sapeva lavorare sul costume del nostro Paese. I caratteri dei suoi protagonisti nascevano dall’osservazione di archetipi caratteriali la cui immediata catalogazione sociale, culturale e perfino politica era evidente dall’atteggiamento, dalla mimica, dall’approccio alle cose della vita, che poi era sempre o spesso il rapporto amoroso, il tema di una sessualità che ha dominato gran parte dei suoi film, anche in quelli in cui il tema non era così evidente, ma laddove l’insoddisfazione di fondo dei suoi personaggi trovava spiegazione in una latente inquietudine riconducibile proprio all’incapacità di istituire un rapporto franco e libero con l’altro sesso.
Sono nate da queste osservazioni del costume degli italiani le sue commedie iperboliche, i suoi racconti sopra le righe che costituivano una sua firma indelebile, accompagnata in questo suo lungo percorso dalle scenografie del marito Enrico Job, con il quale ha condiviso la sua vita privata oltre che quella professionale. Lina Wertmüller è stata una regista che ha mostrato con evidenza la sua diretta eredità con la commedia italiana e, senza mai temere le critiche, il suo cinema, dai toni spesso esagerati, dagli accenti marcati, dalle assonanze con i caratteri della provincia italiana, incrociava i toni farseschi della nostra tradizione narrativa teatrale con il cinema di costume dentro le cui storie, cariche di una chiara simbologia che appartiene a quella forte caratterizzazione, calava le sue maschere archetipiche e in alcune occasioni indimenticabili.
Da qui il suo sodalizio artistico con il primo Giancarlo Giannini e Mariangela Melato, che sapevano esprimere questa forte accentuazione dei caratteri dei propri personaggi; soprattutto il primo che ha saputo mostrare all’Italia le debolezze del maschio italiano, le fragilità ammantate di quella radicata mascolinità da eccesso di testosterone e di contro l’incapacità di una pacifica relazione con l’altro sesso che non fosse improntata al dominio e al possesso. In questo il cinema di Lina Wertmüller è stato, a tratti, impagabile e ha saputo lavorare ai fianchi quella cocciutaggine, tipicamente maschile, tipicamente riconoscibile nell’archetipo maschile baffuto e vanesio – il Bell’Antonio per intenderci, non a caso citato in un suo film – che nulla aveva a che fare con una mascolinità che fosse riconducibile ad un paritario rapporto di coppia. Ma i suoi personaggi, siciliani, forti e deboli, furbi e “minchioni”, erano per l’appunto maschere e si muovevano in ambienti altrettanto esagerati. Il suo cinema dunque badò poco ad un intervento diretto nelle cose che riguardavano il cosiddetto sociale, ma risalivano la corrente tornando ad esaminare l’origine di quei guasti a causa dei quali le nostre società non riescono a restituire quell’equilibrio proficuo all’interno dei rapporti sociali, a cominciare da quello familiare, da quello di coppia, da quello tra uomo e donna. È forse proprio sotto questo aspetto che il cinema di Lina Wertmüller oggi andrebbe riguardato e valorizzato.
È stata l’unica autrice a lavorare su una tradizione antica della nostra cultura, a trasporre con un certo affetto, i caratteri di quella provincia italiana che è un luogo della mente e della cultura e che pertanto ritroviamo anche nella metropoli, nella quale si esasperano i conflitti e si manifestano le debolezze di una tradizione che nel rapporto tra i sessi è sempre di sopraffazione. Il buon cinema della regista scomparsa ha sempre messo in scena questa frattura, riconducendo a questa analisi la sua femminilità artistica che nell’eccesso che sapeva dominare sembrava sfuggire al ricordo che la regia di quei film apparteneva ad una donna. Questo stravolgimento di senso appare del tutto coerente con la filmografia di Lina Wertmüller che ha sempre mascherato, nell’ottica di quella cultura che si portava dietro, anche la sua femminilità, che tutto aveva tranne che il luogo comune del “tocco delicato” che sembra debba appartenere di diritto alla regia femminile, mutando invece il suo sguardo con una dose abbondante di esasperazione, che era la stessa che chiedeva fosse messa in scena dai suoi personaggi maschili.
È proprio a partire da questi spunti che vedono coinvolti i temi che sono appartenuti a gran parte del cinema italiano in quella stagione che va almeno dalla metà degli anni ’50 ai primi del ’70 del secolo scorso, che si avvia la carriera registica di Lina Wertmüller e il suo esordio del 1963 non poteva essere più consono a quello che si dice una specie di manifesto: I basilischi, storia di tre spiantati della provincia lucana, che per nascita le apparteneva, che rimestano senza soluzione i loro problemi dentro i meandri di una provincia meridionale misurata e sonnolenta, rifiutando ogni salto di qualità e accontentandosi di quello che passa il presente.
Opposto e uguale, per certi versi, come tutto il lavoro artistico della regista che è sempre vissuto su queste forti opposizioni, è il suo esordio televisivo. Un esordio che al pari del film precedente non appare dissonante, rispetto agli scenari dentro i quali si sarebbe mosso il suo cinema. Chi è più attempato ricorderà le attese serali per vedere in TV i divertenti episodi de Il giornalino di Gian Burrasca con la sua regia (ma di certo all’epoca il suo nome poco diceva soprattutto ad un pubblico televisivo che cercava altro per le sue serate collettive) e la frizzante interpretazione di Rita Pavone nei panni del personaggio creato dal toscano Vamba, nome in cui si celava il giornalista fiorentino Luigi Bertelli. Oggi, dopo la scomparsa di Lina Wertmüller, si può affermare che gli otto episodi che nel 1965 allietarono le serate grandi e bambini non siano nati per caso. L’esordio della regista, con l’archetipo del ragazzino indisciplinato e refrattario ad ogni regola, ma in fondo buono e altruista, costituisce la radice di quanto in precedenza si diceva a proposito dei suoi film. A questo si aggiunga l’intuizione di affidare la parte ad una donna che vestiva i panni di un personaggio maschile, fondendo quindi i caratteri dei due sessi e ritrovando in questa fusione quella originaria unità tra i due sessi – quasi a sottolinearne le corresponsabilità dei guasti – che sarebbe poi stata sviluppata dai personaggi protagonisti delle storie degli anni successivi.
Con Mimì metallurgico ferito nell’onore del 1972 si apriva per la regista una bella stagione nella quale avrebbe inanellato con la complicità artistica del duo Giannini-Melato una serie di film, a cominciare da questo, con i quali avrebbe compiutamente dimostrato le sue teorie sul maschio italiano, a qualunque parte politica appartenesse, le fragilità di quegli atteggiamenti e al contempo la loro inadeguata pratica in un mondo che stava cambiando. In questo appare più evidente la sua eredità con certo cinema di Germi, ad esempio, altro scandagliatore della provincia (anche mentale), laddove però quello del regista ligure si faceva più cupo anche quando utilizzava i toni della commedia, mentre Lina Wertmüller conservava una natura “farsesca” e bonaria dove nulla di veramente drammatico mai accadeva. In realtà la regista, come lei stessa ha avuto a dire in qualche occasione, non lavorava sul registro della commedia, ma su quello del grottesco ed è proprio sotto questa chiave più specifica che vanno ricercati i caratteri del suo cinema, calato dentro la realtà contingente, ma i cui protagonisti erano tipologie di uomini (soprattutto) e di donne esasperate, come per l’appunto il Mimì Mardocheo del film. Ne sarebbero seguiti altri i cui personaggi erano sicuramente parenti stretti del citato Mimì, a cominciare da Film d’amore e d’anarchia – Ovvero “Stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza… del 1973, dove, di nuovo, la già sperimentata coppia Melato-Giannini offre un racconto nel quale, sullo sfondo del ventennio fascista, si consuma un fatto di sangue che offre ancora la possibilità alla regista di saggiare le sue doti di narratrice che sa mescolare il carnale con il politico e il sensuale popolaresco con il tratto più genuino dei suoi personaggi.
Nel 1974 avrebbe proseguito sulla stessa strada con Tutto a posto e niente in ordine, una commedia a suo modo sociologica che vede ancora il ruvido scontro tra l’ambiente difficile del lavoro e del nord Italia, con il carattere ancorato alle tradizioni dei suoi personaggi meridionali sempre al centro delle sue indagini.
Ma forse il capolavoro di queste intuizioni sarebbe arrivato in quello stesso anno con Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d‘agosto, film nel quale, affidando alla ormai consolidata coppia di attori Giannini e Melato quasi doppio alter ego di se stessa, i due personaggi della “bottana industriale” e del trinarciuto comunista zotico e sessualmente accattivante, compie l’operazione più lucida e chiara del suo cinema. Resta un film indimenticabile per la capacità che ha di trasferire, dentro una narrazione apparentemente rivolta verso un altro obiettivo quello del dominio dell’uno sull’altro (della borghese insoddisfatta e con la puzza al naso, prima, e del rabbioso e vendicativo Carunchio, dopo), il conflitto di classe, che dominava come tema sociale e politico le società di quegli anni. Un film perfettamente a fuoco, che soddisfa i gusti del pubblico che ama ridere su questi argomenti, e per i palati più raffinati, che nel grottesco procedere della storia sanno ritrovare autentiche verità esagerate ed esasperate dal racconto della Wertmuller, ma con un trasparente fondo di capacità di sapere guardare con disincanto ai conflitti di classe e ad una certa libertà sessuale.
Ancora nel 1975 Pasqualino settebellezze, ascesa e discesa di un guappo napoletano a partire dagli anni ’30 e fin dopo la guerra. Un personaggio che dà il modo all’autrice di avere a disposizione un grande scenario storico e una città ribollente di vita. Un’altra occasione per mettere in scena le capacità mimetiche di Giannini e per raccontare il declino di una mascolinità che si confrontava con la storia che lo aveva lentamente sopraffatto. Il film è stato candidato all’Oscar in varie categorie, tra cui miglior regia e miglior fiolm straniero. È stata l’unica volta per una regista italiana, ma la statuetta alla carriera le sarebbe stato consegnata nel 2020 per il suo coraggio nello scardinare, con il suo cinema, le regole politiche e sociali.
Saranno Giancarlo Giannini e Candice Bergen a dare vita al malinconico La fine del mondo nel nostro solito letto in una notte piena di pioggia del 1978. Dietro la storia del declino dell’amore tra i due di una coppia progressista, l’anticipo di una delusione politica più collettiva che avrebbe caratterizzato gli imminenti anni ’80. Fatto di sangue fra due uomini per causa di una vedova. Si sospettano moventi politici sarà il film successivo con la partecipazione di tre presenze attoriali notevoli, il consolidato Giannini, accompagnato da Marcello Mastroianni e Sofia Loren, ma da non dimenticare il ruolo decisivo di Turi Ferro, grande caratterista siciliano, già cattivo in Mimì Mettallurgico e qui ancora di più nel ruolo del crudele fascista. Con Scherzo del destino in agguato dietro l’angolo come un brigante da strada del 1983, metafora di una immobilità politica di quegli anni, si conclude forse la grande stagione del cinema di Lina Wertmüller, che con i suoi film successivi, alcuni anche di buon successo di pubblico – come ad esempio Io speriamo che me la cavo del 1992 con Villaggio nei panni del maestro D’Orta nella immaginaria Corzano in provincia di Napoli in quella realtà infantile fatta di marginalità sociale e scolastica – non ha sempre raggiunto il livello di elaborazione e di continuità di quei film che vanno dall’esordio alla soglia degli anni ’80. Così anche Ninfa plebea del 1996, che le dà l’opportunità di ritornare ancora a sud per scandagliare storie e personaggi che appartengono alla sua tradizione e alla sua cultura. Anche il suo grottesco si trasforma e Metalmeccanico e parrucchiera in un turbine di sesso e politica non può ripetere i fasti degli anni ’70. Due film chiudono la sua carriera Ferdinando e Carolina del 1999, una storia ambientata all’epoca dei Borboni con re Ferdinando che rievoca da anziano il suo passato godereccio e Peperoni ripieni e pesci in faccia del 2004, storia di una donna che prova a tenere in piedi il suo matrimonio in irreversibile crisi.
È stato questo il cinema amabile di Lina Wertmüller, che ci ha fatto divertire e ci ha offerto la possibilità, come è accaduto per il lavoro di altri suoi colleghi, di ridere dei nostri caratteri più deleteri. È stata una regista che ha saputo guardare con originale acume alle cose della nostra società e con quello stesso piglio che sapeva dimostrare nella vita pubblica ha diretto i suoi film di cui tutto si può dire, ma non che non possedessero una originalità invidiabile, riconoscibili nel loro tocco e patrimonio esclusivo di questa autrice che ha saputo creare un irripetibile scenario di caratteri, che segneranno ancora per molto tempo la storia del nostro cinema.

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