"Il paese delle spose infelici", di Pippo Mezzapesa


Il paese delle spose infelici
è l’equivalente cinematografico di un romanzo di formazione. Delicata e allo stesso tempo pungente opera prima di finzione di Pippo Mezzapesa, Il paese delle spose infelici vale la pena di essere elogiato per la capacità straordinaria di trasmettere emozioni che tutti noi abbiamo vissuto, almeno una volta. Di raccontarle senza retorica, senza prediche, senza volontà di farsi portatore di verità assolute

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Non a caso tratto dall’omonimo fortunato libro del 2008 di Mario Desiati, Il paese delle spose infelici è l’equivalente cinematografico di un romanzo di formazione. Una lente d’ingradimento sull’adolescenza, forse la fase più delicata della vita di ogni individuo, quando si forma definitivamente il carattere, si plasmano i gusti, si sceglie da che parte stare. Ma allo stesso tempo tanta confusione interiore, la paura di non essere accettati, la voglia di far parte di un qualcosa, di non rimanere emarginati. Il gruppo di amici della Cosmica Football Club, squadretta juniores di un piccolo paesino dell’entroterra pugliese, mostrano il campionario base dell’adolescente medio. La sessualità irrefrenabile e confusamente genuina, lo sguardo disincantato e spaesato nei confronti dell’altro sesso, l’ingenua spacconeria e la voglia di stare insieme. Dove il calcio non è un business multimilionario ma un minimo comun denominatore indispensabile. Se sai giocare vieni accettato, fai parte di un gruppo. Un nucleo familiare, dove il mister diventa una figura paterna, dove si condivide tutto con tutti.
Protagonisti indiscussi Zazà e Veleno, due ragazzi talmente diversi da essere prova vivente del teorema sugli opposti che si attraggono. Il primo vive con il fratello tossicodipendente, delinquente da quattro soldi e figura da non prendere a modello. Ripone nel pallone l’unica speranza di cacciarsi fuori dai guai, il suo talento scaraventerebbe giù da un dirupo tutti i suoi incubi.
Il secondo, Francesco detto Veleno (mai soprannome fu più in antitesi col reale carattere dell’individuo in questione), è figlio di una famiglia benestante che lo vorrebbe lontano da certe frequentazioni, concentrato sugli studi e non sul calcio.
La loro abitudinaria esistenza viene scossa dall’entrata in scena di Annalisa. Da quel giorno in cui si lancia dal campanile della chiesa e per un breve istante diventa la star locale. Visione eterea, oggetto misterioso e affascinante; entra nelle loro fantasie come l’ago di una siringa in una vena. Inizialmente simbolo di un inarrivabile desiderio, pari al concetto di donna stilnovista; un emblema, qualcosa che non può essere toccato ma solo ammirato, come la madonna di cui prende il posto nello spogliatoio al campetto.
Zazà e Veleno però decidono di volerla toccare, di mettere il naso in quel mistero, quell’aura mitica che le tante, poco lusinghiere, storie sul suo conto hanno contribuito a creare. Ed è quello il momento in cui l’adolescenza perde quel poco di magia che gli era rimasta attaccato. Dovendo fare necessariamente i conti con i sentimenti, le pulsioni e la paura della morte. Il momento esatto in cui si capisce che si è dipendenti dalla presenza di qualcun altro; per questo la morte diventa concreta. La paura di perdere o di lasciare, in modo definitivo.
Annalisa si insinua in Zazà e Veleno come una cellula cancerogena, con la sua bellezza malinconica e disperata, con il fascino della donna più grande ed irraggiungibile, con quell’insicurezza atavica di chi non sa da che parte andare. Ma basta un sorriso, come un fulmine che squarcia il cielo scuro, per fargli credere di essere soluzione a tutti i mali del mondo. La sensazione di poterla salvare da sé stessa, mettendo da parte l’orgoglio e la razionalità; quando la brutale verità è che ragazze come lei, semplicemente, non vogliono essere salvate.
Delicata e allo stesso tempo pungente opera prima di Pippo Mezzapesa, Il paese delle spose infelici vale la pena di essere elogiato per la capacità straordinaria di trasmettere emozioni che tutti noi abbiamo vissuto, almeno una volta. Di raccontarle senza retorica, senza prediche, senza volontà di farsi portatore di verità assolute. E una menzione particolare va ad un cast semplicemente perfetto, nella purezza dell'interpretazione e nella capacità di risultare spontaneo anche nei momenti più delicati.

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