Il palazzo, di Federica Di Giacomo

Presentato come evento speciale alle Giornate degli Autori, il doc è un brillante grande freddo intergenerazionale che riprende un gruppo di artistoidi alle prese con la morte del loro pigmalione

La facciata nobiliare di un palazzone possente ed allo stesso tempo decadente situato su una delle vie consiliari di Roma ed una terrazza con vista, nemmeno a dirlo, sul Cupolone di San Pietro. Due donne che s’aggirano come spettri in un un attico fantasmatico alla ricerca di cimeli e ricordi – e che, come spesso accade, evocano i secondi scambiandoli per i primi – ed un ragazzotto che saltella nudo e culturalmente baldanzoso tra le immagini sgranate ed analogiche di un filmino girato con evidenti velleità cinematografiche. Bastano queste poche sequenze di apertura de Il palazzo, di Federica Di Giacomo, documentario presentato come evento speciale alle Giornate degli autori alla Mostra di Venezia 2021, a tracciare i confini di un mondo d’artisti e sedicenti tali che si riuniscono per commemorare la morte del loro mentore Mauro Fagioli. Un universo chiuso(si) nel palazzo del titolo per sedici anni, convinto di fare la storia dell’Arte quando, chi a smozzichi chi più tenacemente, ci si lasciava trascinare dalla folle passione cinematografica del defunto, arrivato poco prima di morire ad essere già sepolto da un girato monumentale ma mai realmente pronto a sedersi in sala di montaggio. La pulitissima fotografia digitale, firmata anch’essa dalla regista, accentua volutamente fino alla patina i formalismi di questa dolceamara rimpatriata portando da subito lo spettatore a riconoscere in quel clima da cocktail-party romano i caratteri della fauna culturale che da secoli gravita intorno all’urbe.

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Potrebbe essere una delle mille storie di Alberto Arbasino – un po’ lo è, grazie all’occhio di Di Giacomo – e la sede non poteva che essere una città a cui non interessa più contare economicamente quanto politicamente e culturalmente. La dolce mitomania di questi parvenu la si può trovare infatti tale e quale in uno dei mille circoli degli artisti/cenacoli/simposi che affollano Roma e le sue propaggini periferiche: identiche le parole identitarie, simili gli astrusi campi di interesse (qui “il trattato di teologia solare”). Ma l’intuizione de Il palazzo non si ferma qui perché in fondo essa è il solo il punto di partenza di un documentario che indugia sui suoi protagonisti costringendoli a fare i conti con il loro fallimento.

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O meglio, con la ricalibrazione dei loro obiettivi e delle loro capacità. Le sequenze dell’impossibile film che puntellano il documentario mostrano che dietro la ferma direzione di Mauro Fagioli il progetto restava un abbozzo fin troppo libero, un ghiribizzo su tela che a lungo andare avrebbe dovuto instillare dubbi anche nel più entusiasta dei partecipanti sulla sua fattibilità. Rocco, sorta di mecenate degli anni ’00 che finanzia l’operazione tramite una tormentata compravendita di immobili, è la figura che meglio esemplifica la rinuncia all’illusione di grandeur culturale e giustamente è su di lui che si concentra maggiormente la MdP. Egli è allo stesso tempo un cantante che non sa andare nemmeno a tempo, un cinquantenne che crede di avere ancora in canna il grande capolavoro, il patrocinatore di una causa persa da tempo ma che solo la morte del pupillo ha reso evidente.

Il documentario di Di Giacomo, che con Liberami nel 2016 aveva già vinto la sezione Orizzonti di Venezia mostrando la spiazzante originalità del suo sguardo etno-antropologico, non si ferma però alla ribalderia di un facile cinismo. Ne è prova il largo spazio riservato all’indomabile performance – perché di questo si tratta, nel bene e nel male – di Tiziana Della Rocca, auto-elettasi a grillo parlante della combriccola. Il suo tardo moralismo da esegeta – “C’è chi fa i figli e si lascia dietro i figli, chi fa le opere e si lascia dietro le opere e di chi non fa né i figli né le opere che cosa resta?” -, contrappuntato per fortuna da una sincerità altrettanto strabordante rendono plastica la difficoltà di lasciarsi alle spalle un’esperienza totalizzante come gli anni vissuti nel Palazzo con Mauro Fagioli. Forse però lo specchio più fedele di quello spericolato idealismo generazionale si può rintracciare nella breve scena che vede protagonista lo scrittore Andrea Zvetkov Sanguigni che, in un delirio di onanismo da inetto dostoevskijiano, si compiace dei suoi tanti romanzi scritti e mai pubblicati. Distaccatisi dalla massa per elitarismo artistico, questi uomini senza qualità ad un certo punto sono costretti a rientrarvi per le proprie mancanze.
Il documentario racconta proprio questa sorta di controesodo esistenziale, della fine di un sogno sempre “ad un metro dal cielo”, come la terrazza in cui si riuniscono ancora una volta i protagonisti del film, che fa ancora più male perché la morte di Fagioli sussume in sé quella del proprio talento che non c’è e non c’è mai stato. Potrebbe sembrare un messaggio di stordente nichilismo eppure è proprio dietro al caos informe dell’archivio d’immagini dei frequentatori de Il Palazzo che si nasconde misteriosamente spesso il grande Cinema.

Il palazzo
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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