Il paradiso del pavone, di Laura Bispuri

Si continuano a sentire tutti i movimenti del set anche nel terzo lungometraggio della regista dove c’è una colpevole distanza tra la messinscena e i personaggi. Orizzonti

Da Vittoria di Figlia mia ad Alma di Il paradiso del pavone. C’è ancora lo sguardo di una bambina nel terzo lungometraggio di Laura Bispuri. Davanti ai suoi occhi si forma la sua idea di famiglia e attorno a lei ci sono sempre dei segreti nascosti. Dalle montagne albanesi di Vergine giurata e al villaggio di Figlia mia, l’ambientazione si sposta in una casa vicino al mare. Nena (Dominique Sanda) riunisce la sua famiglia per festeggiare il suo compleanno. L’atmosfera, sin dall’inizio, non è serena. Nell’attesa del pranzo c’è pure la presenza del pavone Paco che provoca scompiglio e alimenta ancora di più tensione.

All’inizio i personaggi sono in auto. Soli o con la propria famiglia prima del’incontro. Laura Bispuri firma un film corale che si sofferma soprattutto sulle crisi individuali dei  personaggi ma perde di vista il quadro d’insieme. Dai volti di Alba Rohrwacher (che ha interpretato tutti e tre i fim della regista) e Maya Sansa, a quelli di Yle Vianello e Maddalena Crippa, lo schema è sempre simile: primi piani, silenzi turbati, confessioni. Ci sono improvvise rivelazioni, scatti di rabbia sempre sotto lo sguardo glaciale di Dominique Sanda, che incute timore anche con un solo gesto. Il figlio Vito non riesce a parlare durante il brindisi, la figlia Caterina non ha il coraggio di confessarle che si è lasciata con l’ex-marito che è comunque presente alla festa.

Il paradiso del pavone disintegra le apparenze di un ricevimento familiare e punta subito a mostrare il disagio che condiziona il comportamento dei partecipanti. Ma a provocare disagio è soprattutto questo tipo di cinema, asetticamente autoriale (il volo verso il paradiso dalla spiaggia), che come nei due film precedenti lascia il suo marchio nell’interazione tra immagini con i colori raffreddati della fotografia di Vladan Radovic e suoni come il rumore della strada e il mare sullo sfondo. Si ferma davanti all’annuncio funebre di una ragazza di 34 anni e poi si spinge ancora oltre con il simbolismo degli amori impossibili attraverso il quadro di una colomba davanti a cui si incanta il pavone.

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BORSE DI STUDIO IN SCENEGGIATURA, CRITICA, FILMMAKING – SCUOLA DI CINEMA SENTIERI SELVAGGI


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Scordiamoci i caldi ritrovi del cinema di Sautet (Tre amici, le mogli e (affettuosamente) le altre) o anche le evoluzioni di melodrammi mascherati da commedia come Il pranzo della domenica di Vanzina Compagni di scuola dove la figura dell’ex-marito (Fabrizio Ferracane) che cerca di riconquistare l’ex-moglie Caterina si presenta come l’involontaria parodia di Piero Natoli con Eleonora Giorgi. Può essere un Festen all’italiana. La forma non prevale neanche sulla narrazione. Ma c’è una distanza tra la messinscena e i personaggi che non può essere colmata da inquadrature come quelle, per esempio, dietro la nuca. Il cinema di Laura Bispuri continua a far sentire tutti i suoi movimenti sul set e non trova il tempo di soffermarsi di sviluppare quelle che potevano essere le figure più interessanti come Alma o Grazia, la figlia della domestica, con i suoi silenzi. Per versi opposti, potevano rappresentare il punto di vista di osservatori esterni che potevano mettere a nudo con maggiore oggettività le complesse dinamiche. Poi però vengono lasciati galleggiare e poi morire. Non c’è il passato tranne nelle foto sul muro. E non c’è nei piani di personaggi che dovrebbero raccontare con il loro volto parte della loro storia personale ma poi restano in ombra e vengono colpevolmente filmati come un arredo di scena a cominciare dal marito di Nena. A volte la recitazione introspettiva può diventare molto rumorosa quando è così esibita.

 

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
1.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
1.57 (7 voti)
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