Il Paradiso (perduto?) di #Venezia73 (riflessioni quasi finali sul Festival)

Una Mostra che sembra un’incredibile rassegna di tutto il cinema possibile, una Esposizione Universale del “frammento cinema” dei nostri giorni, un enorme Museo del Cinema del Presente

Forse la caratteristica più interessante, e verrebbe da dire “da proteggere”, di un Festival di Cinema nella seconda decade del XXI secolo, sta proprio in una sorta di palese, evidente, quasi clamorosa “inattualità”.  Talmente forte da essere ormai quasi “esibita”, e persino nella presentazione della 73° edizione della Mostra sul catalogo da parte del Direttore Alberto Barbera, si evidenzia con quella sicurezza dettata “dai fatti”, la “perdita della centralità della sala cinematografica, minacciata dallo streaming”…

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Sarà interessante rileggere queste considerazioni fra qualche anno, come lo sarebbe rivedere ciò che critici e studiosi scrivevano all’avvento del Vhs prima e del DVD poi, quell’Home Cinema che avrebbe dovuto distruggere l’industria cinematografica e invece gli ha dato qualche decennio di insperata vita in più.

Forse la perdita della centralità della Sala Cinematografica – piuttosto che nella tecnologia attuale che permette la visione di film digitali ormai privi di supporto fisico e direttamente nella rete – probabilmente nasce anche dal cambiamento del rapporto spettatore/schermo, dove lo schermo era il cuore della metropoli del XX secolo, il secolo del cinema e dell’aeroplano, dove il cinema  irradiava “sogni” nei confronti di corpi disposti ad accettare questa “disuguaglianza”: lo schermo era grande e lo spettatore piccolo. Il segnale, la comunicazione era monodirezionale, e l’intervento del corpo dello spettatore sul film era tutto nell’immaginario. Si poteva scegliere, in parte, cosa guardare, ma non come consumare un’immagine. Quella era raccolta nel tempio della visione che è stata per tanto tempo la Sala Cinematografica.

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Se la tv prima e l’Home video poi hanno ridotto questa disuguaglianza, almeno rimpicciolendo lo schermo alla misura del salotto di casa e dotando lo spettatore di un telecomando da cui guidare il flusso delle immagini,  oggi i dispositivi di cui ci siamo dotati negli ultimi anni hanno completamente rovesciato questo “rapporto”: è lo schermo netflix_app_2che (a volte) è diventato piccolo, nelle mani dello spettatore, che non solo ha una possibilità di scelta quasi infinita ma soprattutto decide modi, tempi e forme della sua visione. Ed ecco che le puntate delle serie tv inaugurano un palinsesto della visione a totale misura dello spettatore, che sceglie quando e quante puntate vedere (oltre al luogo della visione).

Insomma in questo scenario, che abbiamo provato anche a raccontare in altri interventi, lo spettatore si è preso il controllo della visione (lo streaming, legale o illegale, il download, ecc) definendo anche forme di percezione diverse, e infatti i film non sempre vengono visti per intero,  ma per frammenti, scatti in avanti, immagini fermate e poi riprese magari dopo ore. Insomma il film è diventato come il libro, un oggetto che portiamo appresso con noi e scegliamo ognuno il proprio modo di consumarlo/leggerlo.

Ora che ci fa questo spettatore in un Festival di Cinema? Dove regna ancora la “dittatura del programma” e del palinsesto? Dove – con l’eccezione della Sala Web – il film viene consumato ancora e con forza nel rituale collettivo della Grande Sala Cinematografica?

C’è uno scarto, che ogni anno che passa è sempre più “meraviglioso”, tra il consumo di cinema quotidiano dello spettatore e l’avventura della visione di un Festival di Cinema.

Che sempre più si avvia a diventare una sorta di “Museo del Cinema del Presente”, dove la sua forza e particolarità non sta tanto nella visione in sé  del film in una sala, ma in una sorta di nuovo “hic et nunc” della visione, come una specie di veduta dell’”originale” del film che gli restituisce quell’aura perduta in tanti decenni di “riproducibilità tecnica”. Tutti abbiamo la possibilità non solo di vedere le immagini in alta qualità dei quadri più importanti al mondo, ma persino ormai di navigare indisturbati nelle “street view” dei Musei di tutto il mondo, eppure facciamo la fila per accedere alle Mostre D’arte, o nel Museo Louvre, per essere fisicamente presenti (magari con un selfie) davanti a quella sorta di “corpo unico” da ammirare.

Insomma si viene al Festival, almeno finché tutti i film non saranno mandati in alta definizione contemporanea su schermi grandi ovunque, per vedere i film “prima”, in una visione “classica”, in un contenitore che, di per se, diventa il “senso della visione”. Posso vedere a casa La gioconda molto meglio della ressa del Museo, dove lo vedi da lontano, con mille riflessi e la gente che spinge, ma lì posso testimoniare la mia presenza nel “luogo”,  posso sentirmi nel cuore analogico della visione (anche se poi devo filtrarla con il dispositivo che ho in mano per riprenderlo..).

Ecco, oggi il Festival sembra diventato questo: un enorme Museo del Cinema del Presente, con ampi echi del passato, e con l’ambizione di voler “accontentare tutti”, perché tutti hanno diritto al loro angolo di piacere.

E questa edizione della Mostra del Cinema ci appare come un’incredibile, meravigliosa rassegna di tutto il cinema possibile di oggi, arte in evidente decadenza, soggetta a mutazioni genetiche (persino il suo corpo pellicola non c’è più), ma ancora in grado di catturare qualche forma di “essenza” dell’essere umano.

73-mostra-cinema-venezia-2016-2-1300x867Se il “contenuto” film è oggi fruibile in tanti modo, è il “contenitore” Festival (che non è solo la sala cinema, ma il palinsesto con più sale, la visione continuata da un film all’altro, gli incontri con gli autori, le star sul red carpet, ecc…) che si sta trasformando, neanche troppo lentamente, in un significativo produttore dell’Esperienza del Festival stesso, dove la visione del film è solo una parte, forse neanche la più decisiva, di questa “esperienza sensoriale multipla”, che è data dall’esserci ora in quel luogo dove tutti vogliono condividere la stessa esperienza.

Tautologico? Autoreferenziale? Possibile, ma nell’era del “mercato delle esperienze”, l’unicità di un evento è quello che lo rende qualcosa di insostituibile, mentre lo sono facilmente gli oggetti ormai impalpabili che costituiscono il cuore dell’evento, ovvero i film.

Ovvero: posso vedermi il film in tanti modi e forme e luoghi, ma (ancora) non posso trasferire questa esperienza sensoriale dalla fisicità del luogo a un qualsiasi dispositivo.

Quanto durerà questa ennesima fase di passaggio non si sa, certo è che sempre più mette in crisi e in discussione quelli che sono gli elementi storici della mediazione culturale, i critici e i giornalisti cinematografici, sorpassati dai commenti social immediatamente condivisi dai cinefili 2.0, ingabbiati nelle definizioni brevi di un tweet, e costretti vanamente a correre (e inevitabilmente ad aumentare il coefficiente di difficoltà della scrittura con risultati spesso scadenti) per pubblicare il pezzo prima di tutti (ma poi ci sta sempre qualcuno che lo ha fatto prima di loro…).

In questo vecchio/nuovo contenitore, arzillo signore di 73 anni, non è affatto casuale che poi i film scelti – quasi programmaticamente senza un qualsivoglia “progetto culturale” che non sia il voler proporre un po’ di tutto – riescano sempre a trovare nel particolare un loro pubblico e invece nel generale riescano a scontentarlo. Ovvero: ognuno di noi trova il suo film, da quello con la star al grande autore, dal cineasta duro e sperimentale a quello che riscrive la nouvelle vague, dal maratoneta della visione alla giovane video artista, dalla commedia leggerissima alle visioni totali, dalle narrazioni classiche al cinema antinarrativo… insomma ci sta di tutto. Ma se ognuno trova il suo film nessuno trova il suo “progetto di cinema”, che oggi sembra essere terribilmente scomparso, come se non ci fosse più un orizzonte, una tendenza, un percorso possibile,  da scegliere, seguire, oppure anche combattere. Oggi il cinema si auto annienta nella moltiplicazione dei suoi frammenti, e nella tenuta esperienziale della sua museificazione.

In tutto questo scenario, non stupisce che la parola chiave, la più ripetuta e curiosamente replicata nei film più disparati di questo Festival sia, Paradiso

In maniera diretta o indiretta tanti film sembrano rimandare a questo “vecchio grande sogno”, che deposita le ambizioni in un aldilà che però vorremmo tanto avere qui a portata di mano…

Parlano esplicitamente di Paradiso almeno, e vado a memoria, Kusturica, Lav Diaz, Piccioni, e diversi altri che ora mi sfuggono (contribuite lettori!) fino a Konchalovsky, che ne fa il sogno dei suoi protagonisti, il luogo di accesso, forse, dopo una lunga confessione, e lo sceglie come titolo definitivo, quasi un “marchio” del cinema di questa edizione. Che è stata una esposizione universale del “frammento cinema” dei nostri giorni. Ricco n-venezia-large570di una rinnovata centralità delle figure femminili (Dalla madre che ruba il figlio di The Light Between Oceans, alla “esplosiva” Monica Bellucci del film di Kusturica, passando per la principessa russa nel campo di concentramento di Konchalovsky, la donna senza due arti di The Bad Batch la Jackie Kennedy di Larrain, le donne possedute di Liberami, a quelle di Tommaso di Kim Rossi Stuart, alla disperata e coraggiosa protagonista di Une vie, alle ragazze Indivisibili, quelle saziate sessualmente dal mostro di La region salvaje, alla donna del soldato morto in Frantz, alla moglie del pugile in The Bleeder (Adrianaaaaa!), alla studiosa dei linguaggi di The Arrival, ai ricordi di gioventù della protagonista del film di Wenders, alle ragazze perdute di Piccioni, alla scrittrice/attrice di La La Land…..) come non si vedeva da anni.

Se poi i film sono belli o sono brutti, ogni spettatore lo deciderà da sé, e mai come oggi il punto di vista dal quale osserviamo un film, consumiamo e amoreggiamo con il film, sembra anch’esso tanto diversificabile e frammentato. Ognuno vede il suo film. Non ci sono più correnti, generi, autori, che si condividono con tutti o con molti. La visione è ormai individuale. L’esperienza del corpo ha sostituito quella dello sguardo…

Non saprei dire se è poi tanto male…

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IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #7