IL PASSATO – Incontro con Asghar Farhadi

Asghar FarhadiDopo il successo di Una separazione (Orso d'oro a Berlino e Oscar al miglior film straniero) il regista iraniano Asghar Farhadi presenta a Roma la sua ultima opera Il passato. Il film, acclamato a Cannes, dove Berenice Bejo ha vinto il premio per la migliore interpretazione femminile, uscirà  nelle sale italiane il prossimo 21 novembre.

Come è nata l'idea di girare in Francia?

Appena ho avuto in mente il film ero già consapevole che  dovesse essere girato lontano dall'Iran. La Francia mi è sembrata subito adatta per la storia che volevo raccontare.

La sua Parigi è diversa da quella che conosciamo. E' stato utile vivere la città mentre scriveva?

Ho passato due anni a Parigi, ma sapevo da subito che ne avrei dato un'immagine inedita. Anche la scelta di ambientare il film in periferia voleva essere utile per oltrepassare il velo del già visto.

L'assenza di censura l'ha aiutata?

Quando si cresce in un paese con condizioni particolari si assume una determinata personalità che non muta se si cambia paese. Mi sono sentito più protetto, è vero, ma la mia idea di cinema è rimasta la stessa. L'unica cosa che ho provato di nuovo è la consapevolezza che il mio film sarebbe sicuramente approdato in sala. In Iran questa sicurezza non c'è mai. 

Nei suoi film i protagonisti sono sempre in una posizione di stallo. Come mai questa scelta narrativa ricorrente?

Ci sono due motivi. Il primo è che mi piace la valenza drammaturgica del bivio, dove ogni decisione porta ad un nuovo dramma. L'altra è l'aderenza con la realtà. Non è forse vero che nella nostra vita quotidiana siamo sempre di fronte a dei bivi, a delle scelte?

Che rapporto ha con il suo passato?

Da giovane guardavo poco al passato, mi concentravo più sul futuro e sul presente. Oggi, invece, sarà l'età, sto passando una fase in cui trovo il passato più ricco di spunti, pieno di radici degne di essere approfondite. 

Il film è stato scelto dall'Iran per concorrere ai prossimi Oscar come miglior film straniero. Ciò, però, ha suscitato molte polemiche nella sua patria, accusando Il passato di non essere una pellicola iraniana. Lei come considera questo film, iraniano o francese?

Ad essere precisi il mio film è un'opera irano-francese. Il discorso della nazionalità andrebbe fatto solo in sede di regolamenti dei festival e delle competizioni perchè, secondo me, un film prende la nazionalita di chi lo guarda. Un cubano potrebbe vedere il film e considerarlo incentrato sulla propria società. Anche io quando guardavo i film italiani del neorealismo mi entusiasmavo delle vicende universali che raccontavano, non pensavo allo spaccato sociale dell'Italia dell'epoca.

Proprio parlando di neorealismo, il film sembra molto influenzato da quel periodo. E' ritornato sopra qualche film della nostra filmografia mentre girava?

Il neorealismo è stato fondamentale per la mia formazione di studente di cinema, adesso in realta non ci torno sopra in modo specifico per preparare i miei film. Certo, io amo riguardare molto il cinema italiano, ma semplicemente per mio piacere personale. Prima de Il passato, ad esempio, ho rivisto tutta la filmografia di Pasolini ma non credo che questo abbia avuto influenze sul mio lavoro.

Eppure il film ricorda in qualche modo I bambini ci guardano di De Sica.

Non ho mai visto questo film. Devo ammettere, però, che quando Tahar Rahim mi ha chiesto che tipo di rapporto dovesse avere con suo figlio, gli ho fatto guardare Ladri di biciclette. Considero il rapporto padre-figlio di quel film molto interessante. 

Il finale di Una separazione sembra essere collegato all'inizio di questo film. E' un collegamento voluto?

Naturalmente. In qualche modo qui riprendiamo il discorso che avevamo lasciato in Una separazione. I registi amano molto questo tipo di biricchinate. Anche nei titoli di testa di Una separazione avevo messo molti rimandi a miei  film precedenti

Il personaggio di Celine, la moglie in coma, è sempre fuori campo. Le interessa molto evocare i personaggi?

Come espediente narrativo amo usare personaggi di cui tutti parlano e nessuno vede. E' una trovata che uso spesso nei miei film, come in About Elly e anche in Una separazione, con il nonno affetto da demenza.

Nei suoi film la gravidanza ha sempre un ruolo centrale…

I bambini, per me, sono il domani. La donna incinta è il simbolo che noi tutti siamo prigionieri del futuro.  Nel finale, infatti, Marie è divisa tra l'ex marito, che rappresenta il passato, e il bambino nel suo grembo, il primo passo verso il futuro di una vita nuova. 

Proprio nel finale due dei protagonisti sembrano prendere decisioni opposte verso il proprio passato…

Assolutamente. Nell'ultima scena, dando le spalle a suo marito e a noi spettatori, Marie chiude con il suo passato e si rivolge con lo sguardo verso la finestra, il futuro. Samir, invece, il personaggio che per tutto il film sembra il più risoluto a guardare al domani, si dimostra in bilico, bloccato ancora nell'attesa della moglie in coma. Proprio l'ultima scena, quando lui decide di tornare su i suoi passi e cercare ancora una volta una reazione della moglie, era la dimostrazione di quanto sia difficile fare la scelta definitiva.

I suoi film sembrano drammi a la Bergman diretti da Hitchcock. Come riesce, in sede di scrittura a unire il thriller al drammatico?

Adesso spiegare come lavoro, cosi su due piedi, mi è difficile. Diciamo che è un lavoro inconscio, metto insieme le cose che mi piacciono di più ed escono fuori film come questo. Da spettatore trovo sempre i film drammatici  finti e i film realisti privi di un'anima drammatica. Per questo provo a dare alle storie che racconto un pò di tutto, rifacendomi molto anche all'opera di Bergman.