Il processo ai Chicago 7 – Il nuovo Aaron Sorkin, in sala e su Netflix

Con tempismo perfetto, in periodo di presidenziali, Sorkin esce in sala (il 16 ottobre su Netflix) con un film che utilizza il processo ai Chicago 7 per fare un parallelo con l’America di Trump

Dopo gli insulti volati tra Trump e Biden nel primo incontro tra i candidati alle presidenziali USA, che hanno messo in scena una battaglia all’ultimo colpo degna del peggior momento di caos da Barbara D’Urso, esce nelle sale italiane Il processo ai Chicago 7 di Aaron Sorkin.
Con tempismo perfetto Sorkin si piazza tra i due candidati, con proteste e cartelli, cercando tramite un pezzo di storia degli USA di aprire gli occhi degli elettori facili vittime dell’annebbiamento creato dal caos che sta smuovendo Trump contro lo sfidante Biden, ad oggi favorito.

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“Non ho mai voluto che il film fosse sul 1968, che fosse un esercizio di nostalgia o una lezione di storia. L’ho sempre inteso come un film sul presente. Quello che non sapevo è quanto il presente sarebbe stato come il 1968”.
– Aaron Sorkin –

Se Sorkin con la sceneggiatura di The Social Network tratteggiava la nascita di una nazione digitale che da lì a poco avrebbe plasmato e rivoluzionato la nostra cultura e la nostra comunicazione, con Il processo ai Chicago 7 tenta di fare un’operazione altrettanto politica quanto storica, che va a parlare, con la stessa dose di scatti e lampi di verbosa parlantina alla Mark Zuckerberg di Jesse Eisenberg, di un evento che invece di segnare una nascita, un nuovo corso, ha cercato di soppiantare quella sinistra rivoluzionaria e tutti quei movimenti pacifisti che hanno contribuito ad un ampio cambiamento culturale tra fine anni ’60 e inizi anni ’70.

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Erano gli anni di Woodstock, del Rock’n Roll, di Easy Rider, ma anche di quel Vietnam di cui ancora oggi in America si sente la presenza.

Tutto il cinema americano dalla New Hollywood fino ai giorni nostri ha sempre ragionato sul Vietnam e sulla disfatta psicologica di un’America che tutt’oggi chiede perdono e continua a cercare il milite scomparso tra le foreste che solo il Delroy Lindo di Spike Lee, armato di cappellino trumpiano è riuscito a ritrovare.

Non a caso Spike Lee e Sorkin ritornano nel 2020 a parlare di Vietnam, o quantomeno partono da lì per cercare di imbastire un processo di totale cristallizzazione del periodo più buio del paese, facendolo ritornare in campo tra esplosioni, corpi smembrati, soldati scomparsi e proteste verso Johnson e Nixon.
E cercando così di far comprendere al popolo come i pezzi di storia da loro tratteggiati non siano altro che l’evoluzione di un modo di fare e un modo di pensare che appartiene attualmente al presidente in carica degli Stati Uniti d’America.

“Quando guardo i servizi della Cnn sugli scontri fra polizia e manifestanti a Minneapolis, a Kenosha, Madison e ora a Louisville, mi sembra che se mettessi appena un po’ di filtro alle immagini le avrei potute montare nel film con l’archivio del ’68. Come è possibile che dopo la dolorosa transizione sui diritti civili degli anni ’60, siamo tornati a questo punto? Credo di sentirmi come le decine di milioni di persone che se lo chiedono in America e nel mondo. Siamo terrorizzati e non lasceremo che questo accada”.
– Aaron Sorkin –

Il processo ai Chicago Seven è stata una tra le tante noti tristi di un’America appena scesa in campo in Vietnam, in piena rivoluzione sessantottina e con violente proteste che si innalzavano in tutte le parti del paese.
Una delle più famose fu appunto quella che vide protagonisti i sette attivisti di cui parla Sorkin nel film, che furono presi come capro espiatorio delle violenti proteste del 28 Agosto 1968 durante il Congresso dei Democratici a Chicago.
Una manifestazione contro il Vietnam e l’allora presidente Johnson.
Il processo fu avviato però solo durante la presidenza di Nixon con infiltrati che cercheranno di far arrivare il processo sempre più verso una condanna atta a colpire duramente la sinistra della controcultura.
Un film che serve a Sorkin per fare un paragone con l’attuale situazione americana invasa dalle proteste e dalla violenta lotta tra popolo e Stato, c
he con l’aiuto di Netflix arriverà in sala (uscirà sulla piattaforma il 16 ottobre) e inizierà la sua corsa verso gli Oscar del 2020, quest’anno slittati ad Aprile.

Un’opera più hollywoodiana rispetto all’epopea wisemaniana vista a Venezia, dove anche lì tramite Marty Walsh si parlava dell’America di Trump.

Il processo ai Chicago 7 segna il grande ritorno di Sorkin e di un cinema politico sempre più in auge negli ultimi anni, Vice e The Front Runner uscivano solo un anno fa, e segna ancor di più l’importanza di Netflix nell’audiovisivo e nella produzione e distribuzione contemporanea.
Con questa nuova politica distributiva già adottata per opere come Roma di Cuaron o The Irishman di Martin Scorsese che continuano a segnare un’anticipazione di come, molto probabilmente, si modificherà la distribuzione nei prossimi anni in un settore ferito a morte dal Covid 19 e che per forza di cose ha dovuto riconoscere l’importanza dello streaming.

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