Il profeta, di Jacques Audiard

Come fuggire la paura? Ognuno segue la sua strada, ma l’orizzonte appare limitato. Si provi pure a ridimensionare le ombre, definirne i contorni, posizionare le luci in modo da ridar nitore alle cose e lasciar svanire gli spettri. Ma se, nonostante gli sforzi, i fantasmi restano al nostro fianco, proprio qui alle spalle, allora non resta che sfidarne la ‘presenza’, accettare la normalità al tempo concreta ed evanescente dell’incubo. Occorre farsi forza. O forse, diventar forte, il più forte. Imparare ad anticipare le mosse del mostro, relegarlo in un labirinto, addormentarlo in una sfera di cristallo dove ogni movimento è controllato. Almeno sino all’arrivo di un nuovo liberatore, che rimetta in moto il cosmo, sino a farne saltare la costruzione. E’ un gioco ripetuto: imparare col sangue, superare i maestri e i nemici, crescere, crescere, crescere sino all’apice, per poi un giorno cadere. La legge criminale, forse, è il precipitato perfetto delle regole della natura, lo schema che cristallizza la tragedia delle dinamiche umane.  
Jacques Audiard, al quinto lungometraggio, probabilmente realizza il suo miracolo. Un’opera di due ore e mezza che corre veloce come un treno, un siluro che s’immerge nelle acque melmose eppur attraenti del milieu, per poi risalire, sino a sfiorare la vertigine di un destino universale. Si parte da una sceneggiatura originale di Abdel Raouf Dafri, che, dopo l’exploit di Nemico pubblico n.1, appare sempre più l’ultimo algido cantore del mondo della mala. Malik El Djebena (eccezionale Tahar Rahim), diciannovenne maghrebino, sradicato e analfabeta, è condannato a sei anni di prigione. E’ solo un pivello, carne da macello per i leoni e gli sciacalli. Ma, in maniera del tutto inaspettata, torna utile alla temibile banda di corsi, che gli concede protezione. Da lì, in poi, e’ un apprendistato continuo : la gavetta criminale, la scuola e l’alfabetizzazione a marce forzate, lo studio del corso, i segreti del gergo. Lo slang è la chiave che apre la porta della fiducia, il segno dell’appartenenza. E il sapere traccia la via della liberazione. L’agnello diventa lupo. Ma non basta per sopravvivere. Il lupo deve farsi profeta, vedere prima e dire prima, conoscere il corso delle cose e controllare gli eventi. Si fa strada nella giungla, tra boss corsi e maghrebini, marsigliesi e italiani. Sembra di essere nel mondo di Giovanni o Jean-Claude Izzo, un universo criminale da far girare la testa e accapponare la pelle. Ma ancora una volta nessun romanticismo. Nel cuore degli uomini non si avverte più l’eco di un onore perduto. Qui si decifra e parla la lingua criminale, ma i codici non contano più, se non come simboli di una gerarchia che, per natura, aspira all’eterna immobilità. E Audiard sembra, ad ogni istante, reiventare il genere carcerario. Se da un lato il suo sguardo inquadra le dinamiche interne di uno spazio chiuso, dall’altro la sua mente è sempre proiettata oltre le mura, là dove la vita continua e si concretizzano gli affari. Si concentra sulla testa della piovra, ma lascia intuire la mostruosità dei tentacoli. Mostra le cicatrici del corpo, ma, come in trasparenza, guarda ai brividi dell’anima. Il suo cinema è un’osmosi, un occhio puntato sul confine, sul filtro tra il dentro e il fuori, tra la bruta nettezza del reale e la deformità del sogno. E nell’incredibile finale, ci appare finalmente chiara la doppia visione del profeta, che riconosce, in un sol quadro, ciò che si nasconde dietro gli eventi, dentro l’amore, dentro la vita.Titolo originale: Un prophète

Regia: Jacques Audiard

 Interpreti: Tahar Rahim, Niels Arestrup, Adel Bencherif, Hichem Yacoubi, Reda Kateb, Jean-Philippe Ricci, Gilles Cohen, Leila Bekhti, Jean-Emmanuel Pagni
Distribuzione: BIM Distribuzione
Durata: 155’
Origine: Francia, 2009