Il quieto vivere, di Gianluca Matarrese
Il regista gioca sul limes tra realtà e finzione trasformando i conflitti privati in una spettacolarizzazione delle piccole meschinità quotidiane. VENEZIA82. Giornate degli Autori. Eventi Speciali
Gianluca Matarrese torna al Festival di Venezia con Il quieto vivere, presentato come Evento Speciale Fuori Concorso alle Giornate degli Autori. Il film prende spunto da una vicenda reale – la “faida domestica” all’interno della famiglia del regista, tra le cognate Luisa e Imma, nel contesto di un piccolo borgo calabrese – e lo rielabora in forma di tragicommedia, muovendosi tra documentario, finzione e teatro.
Ogni occasione familiare diventa terreno di scontro su cui le due donne si sfidano e si minacciano, dando luogo a spettacoli grotteschi che rispolverano dissapori decennali portati avanti a suon di scaramucce e denunce ai Carabinieri. A fare da cornice, le tre anziane zie, testimoni imparziali e conciliatrici, coreute super partes che sembrano prese in prestito dal teatro greco – di cui il regista de L’expérience Zola sottolinea riferimenti e ispirazione, a partire dalla scena di apertura e la citazione all’Antigone di Sofocle.
Anche la messinscena, costruita come uno spazio teatrale, amplifica il pathos, in un crescendo di rancore, frustrazione e dolore che diventa melodramma. Dopo l’esperienza di Fuori tutto, Matarrese aggiunge un nuovo capitolo all’autonarrazione familiare, stavolta dando risonanza ad aspetti come la ritualità collettiva – la preparazione dei pasti, i pranzi di famiglia, compleanni e ricorrenze da trascorrere rigorosamente insieme – e la fragilità dei legami parentali. Si reiterano i luoghi, i gesti, i racconti, racchiusi all’interno della scenografia domestica, di case, cucine, salotti trasformati in palcoscenico, dove ogni membro della famiglia dà prova della propria interpretazione. È un continuo prepararsi a performare, come i tentativi di ripresa che Luisa fa davanti al cellulare per promuovere creme dimagranti e altri prodotti, o i selfie in sequela che si scatta.
Per Matarrese, è sempre questione di corpi: ma se nei lavori precedenti erano spogliati o manipolati, qui vengono imbellettati, mascherati, giudicati. Quanto il corpo è mostrato e scoperto, usato, esposto, controllato, ne Il quieto vivere diventa cifra morale. Ed è attraverso gli abiti che le due protagoniste entrano in scena, pronte a recitare un copione a metà tra scrittura e improvvisazione. Matarrese dà prova della sua esperienza nel giocare sul limes tra realtà e finzione per guidare i conflitti personali all’interno di una dimensione familiare, e di lì universale, collettiva, ancora tesa e attratta dalla spettacolarizzazione delle piccole meschinità quotidiane.



























