"Il rabdomante", di Fabrizio Cattani

A metà tra il grottesco e il magico, l’opera è avvolta in una dimensione arcaica, temporalmente immobile. Cattani realizza un film squilibrato, che si spinge anche verso eccessi visionari, ma che ha al tempo stesso la forza e il coraggio di osare, lasciando progressivamente a immergere dentro quel clima irreale e stralunato

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Già aiuto regista di Marco Ferreri e Francesca Archibugi e giunto al suo secondo lungometraggio dopo Quelle piccole cose (2001), il toscano Fabrizio Cattani realizza con Il rabdomante un’opera a metà tra il grottesco e il magico. Al centro della vicenda c’è Harja (Andrea Osvart), una ragazza venticinquenne dell’Est in fuga da un potente malavitoso. Trova rifugio in campagna alla periferia di Matera nella masseria di Felice (Pascal Zullino), un quarantenne un po’ folle che possiede il dono della ‘rabdomanzia’ che consiste nell’aiutare i contadini a cercare l’acqua che nella zona scarseggia. Questo suo potere contrasta ovviamente con gli interessi del boss.

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In Il rabdomante c’è una dimensione arcaica, quasi ferma, dove il set lucano (che assume a livello paesaggistico un’importanza determinante nello svolgimento della vicenda) diventa teatro di una lotta senza tempo, di gesti ricorrenti (l’emporio dove il Felice va a fare la spesa), di figure mai rimosse (la presenza/assenza della madre del protagonista). Si ha l’impressione di trovarsi davanti a un film squilibrato, soprattutto in alcuni eccessi come la caratterizzazione dei due personaggi (due fratelli di cui uno sordomuto) che danno la caccia alla ragazza per conto del boss che appaiono come quasi delle derivazioni da commedia italiana. Inoltre l’opera di Cattani si spinge verso eccessi visionari – come la scena di Felice che vede l’acqua e sembra quasi soffocarlo – che producono un’istintiva distanza da quel clima irreale nel quale il regista è riuscito comunque a far assorbire lo sguardo. Per certi aspetti, il modo in cui il cineasta inquadra lo spazio della Lucania appare simile al modo in cui Winspeare faceva respirare la Puglia in Pizzicata e Sangue vivo. Se in quest’ultimo c’era una simbiosi quasi viscerale tra la terra e i personaggi, in Il rabdomante prevale invece quel contrasto tra l’immobilismo (quello di Felice, che ha sempre vissuto nella masseria) e il movimento (quello di Harja, ragazza in fuga che diventa l’elemento destabilizzante). Nel film alla fine nulla muta però, anche nel finale, restano le tracce del passato. Nei suoi eccessi, Cattani ha la forza e il coraggio di osare, come nella scena della resa dei conti in cui il film sempra trasformarsi di colpo in una specie di improvviso, momentaneo ‘western rurale’.

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Regia: Fabrizio Cattani

Interpreti: Pascal Zullino, Andrea Osvart, Riccardo Zinna, Francesco Dominedò, Nando Irene, Massimo Sarchielli

Distribuzione: Produzione Televisiva associata

Durata: 85’

Origine: Italia, 2006

 

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