“Il ragazzo con la bicicletta”, di Jean-Pierre e Luc Dardenne

le gamin au veloC’è una ferita evidente che attraversa il cinema dei fratelli Dardenne da La promesse in poi. Ed è la frattura che si è prodotta in profondità nel rapporto tra i padri e i figli. Che siano ragioni sociali, storiche, individuali, poco importa, ma quel che conta è che questa frattura non è mai un conflitto generazionale, quanto uno scontro inevitabile di solitudini, che produce tradimenti, abbandoni, perdoni difficili. Come se i figli fossero chiamati a scontare con la rabbia e la fatica le colpe dei padri. Le gamin au vélo non fa eccezione, iscrivendosi proprio in questa linea ‘familiare’. Cyril è un dodicenne, ostinatamente alla ricerca del padre, scomparso dopo averlo affidato ‘provvisoriamente’ a un centro d’accoglienza per ragazzi, e della sua bicicletta, un regalo venduto chissà a chi. All’inseguimento delle sue ossessioni, Cyril s’imbatte in Samantha, una parrucchiera che mostra una preoccupazione sincera per il ragazzo e che accetta di tenerlo a casa sua durante i fine settimana. Ma la costruzione di un amore, come cantava qualcuno, è qualcosa di estremamente complicato. Ecco, come sempre. E il fatto che il padre sia qui interpretato ancora una volta da Jérémie Renier conferma ancor più l’impressione di trovarsi di fronte a un unico film. Il ragazzo de La Promesse, diventato (a fatica) padre neL’enfant e uscito dal carcere, ricade nello stesso errore, abbandonando nuovamente il figlio. Forse perché segnato anch’egli da catene e colpe familiari, da cui era stato costretto a fuggire. E’ come se, in altri, termini, attraverso il corpo ‘onnipresente’ di Renier, i Dardenne stessero raccontando un’unica storia che si ricompone film dopo film. Quasi Renier fosse il loro Jean-Pierre Leaud/Antoine Doinel, chiamato a crescere (senza genitori, se non adottivi) e a sbagliare sullo schermo, ma quasi standone a margine, mentre in primo piano continuano a farsi i quattrocento colpi. E’ dunque Renier il corpo specchio in cui si riflettono tutti i protagonisti, di ieri e di oggi, e in cui  incarnare l’anima di un cinema votato a raccontare proprio lo ‘sviluppo’ e il cambiamento, cioè il momento fondamentale di passaggio in cui si sfida la propria originaria solitudine e natura imperfetta, per aprirsi all’altro. Perché, alla fine, nel cinema mai consolatorio dei Dardenne, la speranza di una pace riconquistata è sempre irrinunciabile. Ma se tutto questo si pone a conferma di un percorso poetico coerente, è pur vero che Le gamin au vélo testimonia un cambiamento sempre più evidente dello stile dei Dardenne. Certo, c’è ancora l’attenzione spasmodica per i corpi degli attori, alla ricerca delle fisicità ribelle, disperata e liberatoria dei personaggi (e il piccolo Thomas Doret nei panni di Cyril in questo senso è davvero straordinario, riuscendo a coinvolgere anche Cécile De France con la sua furia indomabile). Ma tra la macchina da presa e i corpi passa sempre più aria, molta di più che ne Il matrimonio di Lorna. Perché i Dardenne non hanno più bisogno di far sentire il loro respiro, il loro fiato sul collo dei personaggi, il peso (e magari la consolazione) della loro presenza. E in tutta quest’aria, riescono a far scorrere velocemente tutta una gamma di sensazioni e di toni, che fino ad oggi avevano preferito tenere a distanza, nella loro radicalità, alla lunga insostenibile. Un senso di libertà e leggerezza. Come una corsa in bicicletta.    

Titolo originale: Le gamin au velò
Regia: Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne
Interpreti: Cécile de France, Thomas Doret, Jérémie Renier, Fabrizio Rongione, Egon Di Mateo, Olivier Gourmet

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Distribuzione: Lucky Red
Durata: 87'
Origine: Francia, 2011

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