Il ragno rosso, di Marcin Koszałka

Stiamo attenti, non diventate vittime”, recita il sinistro e (volutamente?) ambiguo dispaccio diffuso dalle autorità di polizia di Cracovia. Siamo alla fine degli Anni Sessanta, in pieno regime comunista, e la città polacca appare fredda, tetra, lenta e “spersonalizzante”. Come se non bastasse, un pericoloso serial killer vi si aggira, mietendo vittime soprattutto tra bambini ed adolescenti. Il giovane Karol Kremer è uno dei tanti, ordinari cittadini: veste sempre uguale, si sposta in autobus come tutti, la sua è una “buona famiglia” che coltiva l’ambizione di vederlo diventare medico sulle orme del padre radiologo, mentre a scuola si diletta a gareggiare nei tuffi nella squadra locale. L’incontro con il destino – o, per meglio dire, con il Karol “diverso” – avviene una sera in un luna park sperduto tra le montagne innevate: la scoperta casuale del cadavere di un bambino con la testa fracassata diventa il diaframma attraverso il quale Karol prende coscienza di sé e della sua natura più profonda. Il misterioso uomo silenzioso e solitario che si allontana furtivamente dal luogo delle giostre attira la sua curiosità e mette in moto un morboso meccanismo di fascinazione ed immedesimazione che porterà il giovane ad indagare per conto suo, senza informare la polizia, fino a stanare il ragno dalla sua tana, un insospettabile studio privato di veterinario. La potenza magnetica dell’attrazione è tale che Karol non esita a mescolare nella pappa del suo cagnolino una sostanza tossica pur di munirsi del pretesto per incontrare l’uomo misterioso. E qui prende lentamente corpo una sottile e conturbante relazione tra i due, giocata sui binari di una vischiosa dinamica tra maestro e allievo, predicatore e neofita, guru ed apprendista. Carnefice e (potenziale) preda si studiano con circospezione – nell’ombra la minaccia di un possibile ricatto – e comprendono gradualmente di avere molte cose in comune, a partire da uno spirito di sfida e da una vocazione alla competizione che li fanno sentire vivi e liberi in un contesto sociale e politico che tende ad omologare ed imbrigliare le pulsioni ed i desideri individuali. Non importa quanto siano diversi una piscina nella quale tuffarsi e una città nella quale pedinare e massacrare giovani esistenze, ciò che conta è la dimensione interiore e la prospettiva dalla quale si osserva. E non importa neppure se ad animare il giovane sia un autentico bisogno di giustizia, un eroico dovere civico di denuncia, un atavico desiderio di verità o chissà quale perverso ed inconfessabile obiettivo.

Red-Spider2bisIl quarantaseienne regista polacco Marcin Koszałka, apprezzato documentarista e direttore della fotografia, aveva già espresso il proprio interesse per le tematiche della morte e delle perversioni omicide con un documentario del 2007, User Friendly Death (in cui un impiegato della città ceca di Ostrava parla in maniera distaccata del suo lavoro, raccontando le differenze con cui le persone si avvicinano alla morte e alla cerimonia della cremazione) e, soprattutto, con The Lust Killer del 2013 (documentario con cui il regista scandagliava il background psicologico di un omicida seriale attivo sin dal 1975 e catturato solo nel 1982). Il Ragno Rosso (QUI il trailer ufficiale) prende le mosse da un approfondito studio condotto sulle vicende di Karol Kot, serial killer soprannominato “il Vampiro di Cracovia” e diventato una vera e propria star mediatica nella Polonia della fine degli Anni Sessanta, e di Lucian Staniak, un omicida seriale attivo nella stessa decade e conosciuto con lo pseudonimo di “Ragno Rosso” per via dell’inchiostro scarlatto usato per comporre le sue lettere minatorie. Uscito in Italia per Lab 80 Film, presentato in concorso all’International Film Festival di Karlovy Vary 2015 e alla 27a edizione del Trieste Film Festival, la pellicola segna l’esordio del regista al lungometraggio di finzione.

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Koszałka sfrutta le condizioni ambientali e socio-politiche della Polonia di quegli anni – “un’epoca cupa, con poca luce, con un senso di vuoto e di ordinario che si annidavano ovunque” – optando per una fotografia con una focale da 35 mm a grana grossa in grado di catturare le suggestioni, anche climatiche, delle location e di conferire al racconto un taglio che sorregge, anche visivamente, il senso di straniamento e di cupezza, in un gioco quasi impressionistico di luci ed ombre, di figure in movimento e scenari immobili. Atmosfere noir e thriller psicologico si mescolano ed elementi da romanzo di formazione secondo un gusto sperimentale e di contaminazione di generi caro al cinema indipendente e riscoperto anche dal cinema d’autore – si pensi alla relazione tra omicida seriale e ragazzino che ispira il plot di I Am Not A Serial Killer di Billy O’Brien (2016) – cesellando con raffinata calibratura un dramma sospeso e rarefatto, che indugia compiaciuto tra le pieghe più ascose dei caratteri individuali e dei riferimenti politici, che non abusa affatto di impennate di ritmo e piuttosto allenta e stempera la tensione strettamente narrativa affidando la suspense e la reazione emotiva dello spettatore ad una sapiente miscela di “non detto” e di “non mostrato”, nella consapevolezza che proprio in questi interstizi di spazio e in questi frammenti di tempo si annida la radice più autentica dell’angoscia e del coinvolgimento emozionale. Il regista sceglie deliberatamente di non fornire risposte univoche e di non dare una definizione precisa e diretta del male, di mantenere una gelida ambiguità di fondo che assidera, per così dire, lo spettatore in una morsa di domande ed interrogativi, invitandolo a districarsi tra i pochi indizi forniti dal contesto geografico, dalla città con le sue vie ed i suoi spazi, dalle persone care che vivono a contatto con i protagonisti, dalle condizioni esterne. D’altra parte, il male il più delle volte lo si assorbe da stimoli esterni e lo si metabolizza, cercando di trovarvi una propria spiegazione “organica”, prima ancora di commetterlo apertamente e scientemente. Karol agisce come sotto l’effetto di un contagio acuito dall’agghiacciante – e raggelante – vuoto istituzionalizzato di valori, di energie individuali, di sogni “oltrecortina” (“sono il miglior tuffatore, ma solo a Cracovia, più in là non riesco ad andare”) che lo circonda e che lo rende apparentemente apatico, anaffettivo, spento. Non è un caso che la prima inquadratura ce lo mostri nudo nell’atto di prendere una doccia, come spogliato della propria individualità e indistinguibile rispetto agli altri atleti. Poco importa se in fondo non riesce a commettere alcun delitto e a fracassare il cranio della ragazza con la quale ha instaurato una relazione sentimentale: ciò che davvero conta è l’ambizione di sentirsi e di diventare “qualcuno” in barba ad ogni tipo di giudizio etico. Ed è proprio questa scelta, così atipica ed irrazionale, che fa di Karol il protagonista assoluto – colui di cui si scriverà nei libri di storia e del cui volto l’arte si servirà per eternare un’immagine, un simbolo, quasi una “deificazione” della malvagità – mentre chi gli omicidi li commette davvero cadrà nel dimenticatoio e non avrà diritto alla memoria, nel bene come, in questo caso, nel male.

Ragno RossoKoszałka non esita a rappresentare la propria irresistibile fascinazione per gli aspetti più oscuri dell’animo umano in una pellicola intima e personale che, per sua stessa ammissione, si incastra con i lavori precedenti – e probabilmente con quelli che seguiranno – a creare una sorta di viaggio in continuo divenire. Il suo è un linguaggio che lascia trasparire la formazione da documentarista, a tratti sobrio e realistico, ma che rivela anche la conoscenza e una buona padronanza di un uso simbolico dell’immagine: l’ardita ripresa del corteo di automobili della polizia sulla scogliera da un punto di vista perfettamente perpendicolare spiazza lo spettatore e lo priva di ogni punto di riferimento sulla direzione della destinazione finale, mentre il lungo piano sequenza a ritroso che dalla cassa da morto in cui giace l’assassino si allarga ad un punto di fuga esterno sembra universalizzare il concetto stesso di male e di morte. Allo stesso tempo, va comunque detto che Il Ragno Rosso è un film squisitamente “polacco” e che deve tanta parte della sua malia ad una precisa ambientazione geo-politica: un contesto che permette al regista di “allontanarsi dallo stereotipo del serial killer imposto dalla cultura anglosassone” e di dare alla storia un significato ed un’efficacia che probabilmente non avrebbe avuto se fosse stata trasposta, hic et nunc, al giorno d’oggi. Acquista così una rilevanza simbolica fortissima il fatto che la pellicola si concluda, con un salto temporale di undici anni, nel 1978 – anno dell’elezione al soglio pontificio di Karol Wojtyla – a rappresentare l’inizio della fine per il regime comunista polacco e con il volto sinistro e sogghignante di Kremer, immortalato sulla tela di una collezione museale, a sancire, per contrappasso, il tramonto di un’epoca.

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Titolo originale: Czerwony Pajak

Regia: Marcin Koszałka

Interpreti: Filip Pławiak, Adam Woronowicz, Małgorzata Foremniak, Julia Kijowska, Marek Kalita, Wojciech Zieliński , Andrzej Konopka

Distribuzione: Lab 80

Durata: 95′

Origine: Polonia/Repubblica Ceca, 2015