Il richiamo della foresta, di Chris Sanders

Un viaggio verso terre selvagge, inesplorate, un’avventura che da più di cent’anni lascia intere generazioni col fiato sospeso, passando dalla carta al grande schermo, dal live-action all’animazione. Il richiamo della foresta di Jack London è stato pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1904, seguito due anni dopo da Zanna Bianca, ed è uno dei classici della letteratura per ragazzi più letti di sempre. Ambientato nell’esotico Klondike, sul confine fra  Canada  e  Alaska, durante la famosa corsa all’oro, Il richiamo della foresta ha come protagonista Buck, un cane con animo di lupo, indomabile, impossibile da assoggettare alla legge degli uomini e con un desiderio fuori dal comune di esplorare, scoprire nuovi territori e vivere libero.

Ingabbiato nella comodità della vita domestica della tiepida California per i primi anni della sua vita, Buck viene rapito e venduto nel Klondike ai cercatori d’oro come cane da slitta. Per la prima volta le sue zampe toccano la neve e un freddo che non aveva mai provato gli entra nelle ossa, nel sangue. In quel luogo inospitale e sconosciuto il tepore del caminetto e i suoi giochi preferiti sono un lontano ricordo. Ora le sue giornate iniziano all’alba, scandite dal lavoro di cane da slitta e dai colpi di bastone dei suoi nuovi padroni. Le briglie gli segnano il collo e il ghiaccio che gli fa perdere l’equilibrio, ma Buck tira, corre, cade e si rialza. Sempre. Senza fermarsi. Il Klondike è la sua nuova casa e, nonostante il freddo, la violenza e il cibo che scarseggia, tirare la slitta è la sua missione, quello che gli permette di far parte di un branco e vedere il mondo. Di arrivare dove nessuno ha mai osato, dove finiscono le mappe e iniziano le leggende.

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Gli uomini gli fanno da compagni di viaggio, da contrappeso, ma è lui l’unico protagonista della sua storia. L’uomo è a seconda dei casi nemico o alleato, persino amico, come nel caso del vecchio cercatore d’oro John Thornton (Harrison Ford), ma in ogni caso rappresenta una domesticità che non sente più sua. Un focolare a cui non desidera più scaldarsi. Mentre la vita selvaggia, con le creature che la popolano, i pericoli, ma anche le occasioni di crescita è sempre più attraente e lo assorbe ogni giorno di più. Come un bambino che intraprende il suo viaggio verso l’età adulta, che cerca la sua strada su percorsi alternativi, ancora non battuti, trovando se stesso dove mai avrebbe pensato di guardare.

Questo conflitto tra indole domestica e selvaggia, tra la sicurezza della casa e l’attrattiva verso l’ignoto è fortemente presente nella pellicola di Chris Sanders che, grazie all’ausilio della CGI, umanizza Buck nelle espressioni e negli slanci emotivi, trasformando Il richiamo della foresta in un vero e proprio viaggio di formazione di un adolescente in cerca del suo posto nel mondo. Ed è proprio questo che caratterizza questo adattamento cinematografico rispetto a quelli che l’hanno preceduto, l’umanità di Buck, la capacità di comunicare senza parlare, che già è intrinseca nel suo personaggio, ma qui è ancora più evidente. Chris Sanders gli ha dato un volto e ha portato Buck allo stesso livello dei personaggi umani che recitano in live-action, riuscendo a fondere perfettamente le due tecniche espressive e nell’incredibile impresa di far letteralmente rivivere la leggenda.

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Titolo originale: The Call of the Wild

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Regia: Chris Sanders
Interpreti: Harrison Ford, Karen Gillan, Dan Stevens, Jean Louisa Kelly, Omar Sy, Bradley Whitford, Wes Brown, Terry Notary
Distribuzione: 20th Century Fox
Durata: 100′
Origine: USA, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
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