Il rilancio del documentario con il ritorno al bianco e nero
Lo scorso 27 agosto 2025 si è dato il via all’82esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, uno degli eventi legati al cinema più prestigiosi e attesi in ambito internazionale. 21 i film in concorso, tra i quali “Un film fatto per bene” di Franco Maresco e “Sotto le nuvole” di Francesco Rosi, due progetti girati integralmente o parzialmente in bianco e nero.
Una decisione, questa, che va ben oltre la semplice suggestione visiva, ma che si rivela una netta presa di posizione artistica, in totale contrasto con l’iperrealismo dell’immagine digitale moderna.
L’uso del bianco e nero nei media moderni
Prima della “colorizzazione” del cinema, si sa, l’utilizzo del bianco e nero era una necessità tecnica. Oggi la scala dei grigi viene impiegata in modo consapevole per creare un’atmosfera onirica, per accentuare un tormento o per rievocare un’epoca passata. Di recente si è visto sfruttare questo espediente nel film di Paola Cortellesi “C’è ancora domani”, ma anche in “Malcolm & Marie”, pellicola del 2021 diretta da Sam Levinson.
I film moderni ricevono critiche costanti per la monotonia della color correction e per l’uso ripetitivo delle stesse palette cromatiche, scelte spesso solo per adeguarsi agli standard estetici contemporanei. Eppure, sebbene il bianco e nero sia intrinsecamente più limitante, possiede una versatilità e un’adattabilità che superano molte scelte stilistiche odierne. Un ambito di forte sperimentazione visiva è quello dell’animazione — nel cinema, nella televisione, nel gaming e nella pubblicità — proprio perché il bianco e nero riesce a trascendere i confini di un genere o di un pubblico specifico.
D’altronde, anche se si tratta di proiezioni selezionate curate da registi di prestigio, il bianco e nero nel cinema contemporaneo non è affatto una tendenza di nicchia o “underground”. Al contrario, esercita un fascino universale.
Gli spettatori sono attratti da un ritorno alla forma classica e dal conseguente richiamo nostalgico. Se il “skeuomorfismo” del Web 2.0 ci ha spinti tutti verso la modernità, oggi ricerchiamo semplicità. Anche il mondo dell’intrattenimento riflette lo stesso sentimento. La CGI è più avanzata che mai, ma molti spettatori continuano a preferire gli effetti pratici. Allo stesso modo, gli sviluppatori hanno a disposizione capacità visive e meccaniche di gioco molto potenti, ma i giocatori apprezzano ancora i generi e i formati tradizionali. Prendiamo per esempio l’ambito videoludico, nello specifico i casino online, un tempo si puntava a modernizzare il proprio stile, mentre oggi molte piattaforme cercano invece di recuperare quel senso di lusso classico. Anche la musica è sostenuta da un amore per ciò che è familiare: se un tempo le pop star trovavano successo virale in suoni massimalisti e patinati, oggi i toni lo-fi e grezzi sono tornati con forza.
Per quanto riguarda il film di Franco Maresco, il bianco e nero è uno strumento fondamentale per piegare, deformare la realtà. Non è certo la prima volta che il regista siciliano si serve della scala dei grigi, e l’espediente risulta essere estremamente utile per depurare l’immagine da qualsiasi distrazione, per rivelare il girato nella sua grottesca crudezza, ma anche per trasportare il reale in un ambiente più metafisico.
Non a caso, “Un film fatto per Bene”, si propone come un docu-film basato sulla vita dell’istrionico attore e drammaturgo Carmelo Bene, ma diventa tutt’altro a causa dei continui ed inevitabili incidenti sul set.
Gianfranco Rosi, invece, nel suo “Sotto le nuvole”, si serve del bianco e nero per congelare letteralmente il tempo.
Il film propone frammenti di vita di persone che vivono tra il Golfo di Napoli e il Vesuvio, tra turisti, lavoratori e le fumarole dei campi flegrei sullo sfondo. La scala dei grigi, in questo caso, si rivela formidabile per dare profondità ai volti e alle storie narrate, sottraendo al contempo lo spettatore da superflue distrazioni.
Il grigiore della vita moderna
In un’epoca in cui l’immagine è onnipresente, iperrealistica e la fotografia è assolutamente in grado di cogliere qualsiasi aspetto della nostra quotidianità, il bianco e nero diventa per assurdo una forma di resistenza. L’intuizione di Maresco e Rosi, insomma, si rivela particolarmente azzeccata.
Il grigio rallenta il ritmo percettivo dello spettatore, lo obbliga ad osservare, ad ascoltare, a farsi testimone di una realtà cruda di cui è bene interrogarsi. Altro che un mero desiderio di ritorno al passato. In questi casi specifici, l’impiego del bianco e nero rappresenta un vero e proprio salto oltre il presente. Un modo efficace per risvegliare la coscienza critica attraverso il linguaggio audiovisivo.
Un salto in avanti
Si può dire, insomma, che il bianco e nero privilegia la profondità. Un espediente perfetto per contrastare la consumistica immediatezza del cinema moderno. Aldilà delle scelte tecniche, comunque, si deve a questi due registi l’onore di aver rilanciato il documentario.
Non solo come format artistico, ma soprattutto per la sua funzione etica e politica.
Che piaccia o no, nella sua semplicità il bianco e nero assume nei giorni nostri un carattere estremamente rivoluzionario, capace di restituire più di ogni altra cosa il vero e di metterlo all’attenzione dello spettatore.


















