Il ritorno in sala di Fantozzi 40 anni dopo

L’uscita dell’edizione restaurata di Fantozzi, a 40 anni dal suo esordio in sala, ci costringe a un ritorno al passato piuttosto vago, amabile, nostalgico ma anche un po’ fastidioso ed è difficile capire perché Paolo Villaggio si ostini ad affermare – come riportato da Repubblica ieri, 25 ottobre – quanto Fantozzi rappresenti bene una realtà contemporanea che, invece, gli sfugge completamente. E questo è un vantaggio per chi ha amato Fantozzi e per chi ha creduto in lui.

La realtà contemporanea è molto più mediocre di quella raccontata da Villaggio negli anni Settanta – è più subdola e più ignorante: gli errori grammaticali dei suoi personaggi non possono fare il paio con i suoni sincopati e vuoti dei nostri messaggi inviati su whatsapp: Fantozzi rimane un personaggio pieno, testardamente gentile, tenacemente incapace d’inserirsi in un mondo troppo spigoloso per lui e dichiaratamente falso. La condizione impiegatizia di quegli anni trova in questa figura un formidabile rappresentante, capace di assorbire le frustrazioni di chi, al confronto, nella vita reale, gli stava appena davanti. In tale ottica, Fantozzi rimane il capro espiatorio, il feticcio utile contro il quale scagliare gli anatemi di un’Italia superficiale e becera ma dotata, al contempo, di spinte romantiche e insensate che quegli anni si son portati, comunque, dentro.

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fantozziFantozzi ci era simpatico e speravamo fortemente che non risuonasse, dentro di noi, anche l’empatia – forza capace di creare legami nel profondo grazie alla similitudine: Fantozzi era, insomma, ciò che noi speravamo ardentemente di non essere – l’ultimo della fila, la personificazione incontrollabile della gentilezza, della tenerezza e della debolezza.

Fracchia fu la versione televisiva, capace di anticipare – negli spazi ristretti di un set essenziale – alcuni degli elementi caratterizzanti: la vita d’ufficio, narrata e analizzata dalla letteratura, trova, qui, la possibilità di mettere in mostra l’anima ridicola, vagamente razzista, preoccupata di esorcizzare le spinte rivoluzionarie di una generazione che cercava di coniugare – senza riuscirci – istanze proletarie, popolari, operaie, studentesche e, perversamente, borghesi… Fantozzi si situa lì, tra un Sessantotto romanticamente rivoluzionario e un Settantasette definitivamente instabile, violento, impreciso, tra lotta armata e compagni di partito. Villaggio coglie nella piccola borghesia il punto di frattura, la realtà emotivamente più debole, incapace di schierarsi o di fingere di schierarsi, desiderosa solo di trovare un benessere, quello che i “capi”, i “dirigenti”, i “direttori generali”, i “capuffici” apertamente possedevano.

paolo villaggio e gigi reder in fantozziFantozzi è disponibile, servizievole, servile, adulatore: deve ingraziarsi quello che per lui è il potere. Per questo ne scimmiotta l’abbigliamento, il linguaggio, la cultura. Nel suo mondo domina il brutto, la mediocrità e, necessariamente, la sfortuna. Ha una colpa che deve espiare, una colpa legata al denaro, al misero stipendio, all’incapacità di guadagnare di più, e l’espia puntualmente: viene, per questo, perseguitato, messo alla gogna, torturato. E, se tenta di ribellarsi, il castigo diventa ancora più estremo, quasi indicibile.

Come tutti i personaggi che al cinema, in tv, ma anche in letteratura o nel teatro, funzionano, Fantozzi è uno specchio che tutti si augurano sia deformante: attraverso di esso abbiamo visto ciò che speravamo di non essere sempre accompagnati dal perverso sospetto che qualcosa, dentro di noi, finisse col coincidere esattamente con l’immagine che vedevamo riflessa. I dieci film che compongono la longeva presenza di Fantozzi sui nostri schermi, testimonia questa necessità profonda, questo desiderio di spostare in un corpo diverso dal nostro una realtà che, molto probabilmente, ci appartiene…

Regia: Luciano Salce

Interpreti: Paolo Villaggio, Anna Mazzamauro, Liù Bosisio, Gigi Reder, Umberto D’Orsi, Plinio Fernando

Distribuzione: Eagle Pictures

Durata: 100′

Origine: Italia 1975