Il sapore della ciliegia, di Abbas Kiarostami

Un uomo si aggira con il suo fuoristrada per le vie rumorose e affollate di Teheran. Incrocia alcuni manovali che gli chiedono se ha del lavoro, lui non risponde e prosegue, andando fuori città. La macchina da presa lo inquadra lateralmente, come se fosse la sua misteriosa compagna di viaggio. L’uomo incrocia uno spazzino, gli fa delle domande, gli chiede se vuole guadagnare dei soldi. Questi equivoca l’offerta e gli dice di andarsene. Poi, sulla strada, carica su un giovane soldato, al quale, dopo aver capito che il ragazzo ha bisogno di denaro, l’uomo fa la sua offerta: 200 toman per seppellirlo, il mattino seguente. Ecco, è circa a due terzi del film che Kiarostami esplicita la vera intenzione del protagonista, quella cioè di suicidarsi. All’inizio vediamo solo quest’uomo con un’espressione malinconica, che cela una profonda disperazione, abbordare in strada dei ragazzi. Poi, dopo circa un’ora capiamo che lo scopo di questa sua affannosa ricerca è quello di trovare qualcuno che lo seppellisca il mattino seguente, dopo che egli si sarà preso una buona dose di sonniferi e avrà messo fine alla sua vita.

Il sapore della ciliegia è l’opera che ha avuto maggior successo internazionale del regista iraniano Abbas Kiarostami, che vinse, pur in ex equo con L’anguilla di Imamura, la Palma d’oro al Festival di Cannes. Kiarostami gioca, e a fondo, su un apparente paradosso: chi pensa al suicidio ama la vita. O meglio l’idea del suicidio, il fatto di scegliere se vivere o meno e non di accettare la vita come un qualcosa che si ha e bisogna per forza tenersi, è quel qualcosa che ci permette di vivere meglio, perché ci rende consapevoli di una scelta, morale, di fondo. Ma questa sua amara e dolcissima riflessione filosofica non avviene attraverso dialoghi “teologi” (anche se il protagonista a un certo punto incontra un seminarista con il quale si apre una discussione in tal senso), ma piuttosto attraverso dialoghi di un “buon senso” quotidiano, ben rappresentati dall’uomo del Museo di scienze naturali che, unico, accetta il lavoro che Mr. Badii va offrendo in giro. Anche perché l’uomo ha vissuto e superato, grazie al frutto del caso, l’idea del suicidio, e da allora ha imparato ad apprezzare meglio il sapore della vita, da lui rappresentato nel sapore del “frutto”, dal gelso alla ciliegia.

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Kiarostami fa “parlare” i rumori della natura, i suoni dell’uomo, immergendo i movimenti continui dell’auto del protagonista dentro un paesaggio sterrato di colline che si trasformano continuamente anch’esse, con il lavoro incessante dell’uomo. E la terra diventa coprotagonista della storia, avvolge i personaggi, così come Mr. Badii vorrebbe esserne ricoperto, dopo il suo gesto finale. Che Kiarostami lascia in sospeso, rilanciando dopo il buio nero della notte, il suo set reale, la sua troupe al lavoro, come se fosse impossibile – come scriveva il critico francese André Bazin – filmare la morte o l’idea stessa della morte. Ma qualcuno ha scritto che il cinema è “la morte al lavoro”, e allora come rappresentarla meglio di un regista e la sua troupe in azione?