IL SEGRETO. Incontro con Jim Sheridan

In occasione dell’Irish Film Festa, (dal 30 marzo al 2 aprile a La Casa del Cinema) abbiamo incontrato l’ospite d’onore della giornata, il cineasta irlandese Jim Sheridan.  A Roma per la proiezione de Il segreto (The Secret Scripture, presentato già all’ultima Festa di Roma) Sheridan ci ha spiegato la sua idea di cinema e di regia, anche in relazione al suo ultimo film, il primo ad essere girato in digitale.

Tratto dall’omonimo libro di Sebastian Barry, il film narra le vicende di una donna anziana ricoverata in un ospedale psichiatrico che ripercorre la sua vita fra gli sconvolgimenti politici e religiosi dell’Irlanda durante gli anni venti del ‘900. Dopo gli ultimi film hollywoodiani, il regista ha deciso di tornare ai temi del suo cinema precedente, legati alla questione cattolica e all’IRA, ma concentrandosi questa volta in particolare sul ruolo della sua protagonista femminile. “Ciò che più mi ha colpito di questa storia è l’idea di raccontare la storia di una donna intrappolata in una piccola comunità cattolica, era questo che mi interessava moltissimo. Mi interessavano i temi a cui sono legato per provenienza, ma soprattutto ero ossessionato dalla storia della donna e a quella del bambino“.

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Nei panni della protagonista l’attrice americana Rooney Mara: L’aspetto che più mi interessava di Roseanne è che è una vittima per tutto il film ma alla fine esce in ogni modo vittoriosa. Per esempio nel film Magdalene, le donne per me sono rappresentate eccessivamente come delle vittime, quando è importante far vedere il lato potente delle donne, che io ritrovo sempre in molti lati del carattere femminile e soprattutto nel fatto di poter mettere al mondo dei bambini”. 

secretNel corso dell’incontro Sheridan ha disegnato su un foglio la posizione dei palazzi nel quartiere in cui abitava da piccolo per raccontare un aneddoto della sua infanzia: “C’era una Chiesa molto alta, poi la mia scuola, poi un altro palazzo di proprietà della Chiesa, e poi casa mia dove c’erano due nuclei famigliari, quello stretto nostro e poi tutti i clienti della pensione che avevano i miei genitori. Quando arrivò il segnale inglese della BBC, a casa mia non prendeva perché era bloccato dalla Chiesa che era molto alta. Era quindi la Chiesa a mandare il segnale televisivo alle case. E già questo fa riflettere sul ruolo della Chiesa in Irlanda. Ma la cosa che più mi ha segnato all’epoca è stata la risposta di mio padre  quando gli ho chiesto cos’era il segnale: mi rispose che il segnale erano immagini invisibili nell’aria”.

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E da qui, disegnando frammenti di pellicola e uno schermo digitale il regista ci ha parlato della sua idea di differenza fra pellicola e digitale:Quando c’era la pellicola, per la sua struttura e per il proiettore c’erano dei momenti di interruzione, degli elementi di buio, dei difetti e quindi lo spettatore doveva abbandonarsi ad una sorta di sospensione dell’incredulità. Ora col digitale tutto è molto pulito, la perfezione delle immagini è scontata e proprio per questo nessuno riesce più davvero a crederci, c’è qualcosa di scontato. L’eccessiva bellezza delle immagini rende difficile il passaggio delle emozioni. Questo perché le emozioni sono invisibili e necessitano di una certa imperfezione, di una certa libertà data anche dalla difficoltà. Questo secondo me nel digitale non c’è.” Queste emozioni, ha concluso Sheridan, sono come quelle che intercorrono fra un ragazzo e una ragazza al primo appuntamento: “Prima c’è il terrore, il perché cavolo siamo qui, e poi scatta l’interesse. Tutto ciò non lo possiamo vedere ma c’è, è evidente ed è importante raccontarlo. Il compito del regista è di rendere visibili le emozioni invisibili, catturarle“.