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Il seme del fico sacro, di Mohammad Rasoulof

Ormai esule, il cineasta iraniano continua la sua battaglia contro il regime iraniano. Con un’altra storia che si fa metafora degli abusi e delle repressioni.

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Iman ha appena ottenuto una promozione a investigatore presso la procura del tribunale. Il nuovo incarico rappresenta uno scatto di carriera importante, che apre prospettive di una vita più agiata. Ma anche problemi di non poco conte. In termini di coscienza personale. E di sicurezza per sé e la sua famiglia, la moglie e le due figli. Nel Paese sono sempre più accese le proteste contro il regime. La repressione è feroce, ma contribuisce ad alimentare la rabbia della gente nei confronti dei giudici e delle forze dell’ordine. Per ragioni di sicurezza, quindi, Iman prende in consegna una pistola. Ignaro che proprio quell’oggetto avrà un peso determinante nel suo destino e in quello della sua famiglia.

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Come già nei quattro episodi de Il male non esiste, Rasoulof parte dalla questione morale di un personaggio che si ritrova al bivio tra la coscienza e il dovere, costretto ad affrontare i mostri delle proprie responsabilità. Ma è solo un punto di partenza. Perché non è lui il cuore del film: il solo fatto di essere dalla “parte sbagliata” (e su questo non possono esserci dubbi), lo condanna inesorabilmente a stare nell’ombra. Fino a essere l’ombra. Rasoulof, invece, si concentra sulle donne della storia, coerentemente con lo spirito dei tempi e le infuocate proteste per la morte di Mahsa Amini (la cui immagine, ovviamente, appare nel film). Dunque, sono la moglie Najmeh e le due figlie, Rezvan e Sana, il vero fulcro del discorso politico di Il seme del fico sacro. Che ruota intorno alla dialettica delle loro posizioni e delle loro reazioni, il modo in cui si rapportano all’autorità del capofamiglia e quindi, più in generale, alle gabbie stringenti della teocrazia. Ed è qui che vengono in rilievo le differenze generazionali. Perché se le ragazze sono pronte a mettere in discussione quest’autorità, chi in modo più istintivo e giocoso (la minore, Sana), chi in maniera più consapevole (la maggiore, Rezvan), Najmeh farà più fatica a liberarsi dalle imposizioni del suo ruolo di moglie e madre, sospesa tra la devozione al marito, l’egoistica difesa della sicurezza familiare e la percezione delle ingiustizie del sistema.

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Del resto, la protesta dei giovani forma la sua coscienza sui social, su canali d’informazione che sfuggono alle manipolazioni della versione ufficiale e ai controlli della censura. Per le ragazze di Il seme del fico sacro è naturale utilizzare un VPN, esattamente com’è naturale desiderare un vestito più attillato, una tinta dei capelli o uno smalto per le unghie. Ed è proprio attraverso i video e i reel recuperati in rete che Rasoulof può restituire il dato immediato dell’infuocata situazione politica e sociale iraniana. Aprendo alla strada, alle immagini di piazza, un film in gran parte costretto in interni o in ambientazioni marginali, per evidenti problemi di permessi e limitazioni produttive. Questo gioco di formati e di dispositivi è l’unico ragionamento sulle immagini che Rasoulof si concede. D’altronde, il suo cinema non ha le stesse urgenze teoriche di Panahi. Per il resto, il film mantiene la barra dritta, per concentrarsi sul crescendo delle tensioni familiari, sulla progressiva deriva folle di Iman, che finisce per replicare con moglie e figlie le stesse strategie inquisitorie e repressive del regime. L’intuizione è straordinaria. Ma l’impressione è che l’afflato di Rasoulof abbia perso un po’ di mordente. Soprattutto rispetto a Il male non esiste, dove la percezione dell’abisso che si spalcava nell’anima dei personaggi e nella dinamica dei rapporti era a tratti insostenibile. Qui, nello sviluppo drammatico e nell’immagine simbolica del finale, c’è qualcosa di troppo meccanico, quasi forzato. La necessità di portare il discorso alle estreme conseguenze prende il sopravvento. Producendo uno spiazzante scarto di toni, un leggero fuori fuoco negli occhi. Ma le intenzioni non ammettono obiezioni.

 

Menzione Speciale della Giuria al 77° Festival di Cannes

 

Titolo originale: Dâne-ye anjîr-e ma’âbed
Titolo internazionale: The Seed of the Sacred Fig
Regia: Mohammad Rasoulof
Interpreti: Missagh Zareh, Soheila Golestani, Mahsa Rostami, Setareh Maleki, Niousha Akhshi, Reza Akhlaghirad, Shiva Ordooie, Amineh Arani
Distribuzione: Lucky Red con Bim Distribuzione
Durata: 167′
Origine: Iran, Germania, Francia 2024

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.2
Sending
Il voto dei lettori
3.94 (16 voti)
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