"Il sesso al cinema" di Daniela Pecchioni

Un gioco di richiami alla memoria, di associazioni prive di fantasia e seduzione, riguardo a un discorso erotico interno alla storia del cinema.

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IL NUOVO SENTIERISELVAGGI21ST #9


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IL SESSO AL CINEMA


Daniela Pecchioni


Edizioni Cadmo

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SCENEGGIATURA: Tutti i corsi in arrivo della Scuola di Cinema Sentieri selvaggi


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Finito di stampare nel mese di novembre 2003


130 pag. – 12,00 euro 


 


"Qualcuno che avesse conosciuto


la vita solo attraverso il cinema


avrebbe potuto credere sinceramente


 che si concepissero i figli


baciandosi sulle labbra".


 


François Truffaut


 


 


IL CONTENUTO


 


Questo libro non è e non vuole essere un testo di storia del cinema erotico e non si ripromette, quindi, né di seguire un ordine cronologico né di essere esaustivo. Si tratta, piuttosto, di un gioco di associazioni, di richiami alla memoria riguardo a un discorso erotico all'interno della storia del cinema.


I film presi in considerazione sono quelli distribuiti per il mercato "ufficiale",  pellicole, cioè, che hanno raggiunto, colpito ed appassionato o, in certi casi, offeso e disgustato il grande pubblico, a volte condizionandone il gusto e altre volte affinandone il senso critico.


 


Inevitabile far partire questo gioco di associazioni dalla censura. Il cinema, infatti, preoccupa da subito moralisti e benpensanti sia per la promiscuità delle sale buie nelle quali viene proiettato, sia per la natura stessa di quello strano "marchingegno" che avvicina lo spettatore a una sorta di voyeur. Quante accuse a quella magnifica arte che nasceva alla fine dell'ottocento mostrando treni in corsa, ma anche donne dagli sguardi voluttuosi e danze troppo turbatrici della morale. Nel primo paragrafo (Vade retro, sensualità!) l'autrice ripercorre rapidamente le tappe fondamentali della censura: i primi film scandalosi Serpentine dance e The kiss,  il Codice Hays, le allusioni delle commedie musicali hollywoodiane degli anni quaranta e cinquanta, la denuncia e lo smantellamento delle regoli borghesi attraverso l'erotismo negli anni sessanta, il sesso ludico e spregiudicato degli anni settanta, l'assuefazione alle immagini erotiche tipiche degli anni più recenti.


 


Il gioco di associazioni continua.


Il 1972 è l'anno di nascita "ufficiale" del cinema pornografico con Behind the Green Door dei fratelli Mitchell e Gola profonda di Gerard Damiano. Ma è anche l'anno di un altro grande scandalo: Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci. Il film sconvolge tutti i canoni del racconto amoroso, scardinandoli dall'interno e proponendo una storia nella quale il sesso non viene edulcorato da un preesistente o contemporaneo rapporto sentimentale, ma è frutto esclusivamente di un istinto di sopravvivenza. Il paragrafo (Claustrofobia di un amore) tratta di storie, inscindibilmente legate a luoghi chiusi e ben separati dall'esterno, che inevitabilmente finiscono per sciogliersi quando sono portate alla luce del sole. Ed è questa idea che permette all'autrice di comparare Ultimo tango a Parigi con film come Intimacy di Patrice Cherau ed Ecco l'Impero dei sensi  di Nagisa Oshima.


 


"Sesso e potere" è il titolo del paragrafo successivo. Un potere gerarchico, mostrato come una vera e propria architettura, un teatro con le sue leggi come regole arbitrarie di un disgustoso gioco al massacro, in Salò o le 120 giornate di Sodomia di Pasolini; un potere corruttore come quello analizzato in Caligola e Salon Kitty di Tinto Brass; un potere fascinatorio come in Interno Berlinese di Liliana Cavani.


 


A metà del libro si giunge all'aspetto più profondo e sottile della relazione sesso-cinema (Attori e spettatori come voyeur), alla quale è stata, infatti, dedicata la sezione "leggi un pagina del libro".


Lo spettatore, di fronte ad uno spettacolo cinematografico, diviene forzatamente una sorta di voyeur "costretto ad assistere" senza essere visto. Il cinema, arte del vedere, lo aiuta a visualizzare l'indicibile.  Forse tutti i registi, più o meno consciamente, si sono confrontati nei loro film con il tema del voyeurismo che, secondo l'autrice, sta vivendo, oggi, nel momento storicamente più volgare, più triste, più basso dell'arte del guardare (e del mostrare).


 


Il sesso non è solo qualcosa di legato ad una dimensione peccaminosa e distruttiva, ma anche gioiosa e ludica (Ridiamoci sopra).


In Italia nasce il fenomeno dei cosidetti decamerontici. Il film più celebre del filone è  Quel gran pezzo dell'Ubalda tutta nuda e tutta calda di Mariano Laurenti. Il passaggio successivo è al genere assai più longevo della commedia sexy.


 


Nell'ultima parte del libro l'autrice pone una domanda: "Esiste ancora qualcosa in grado di generare scandalo e di stupire il pubblico ridestando quel sopito senso del pudore che tanto si è assuefatto a corpi nudi e amplessi in questi ultimi anni?".


Certamente non agitano più i sogni degli spettatori "le lolite" che, dal film di Kubrick del 1962 sino ad oggi, si sono susseguite sullo schermo negli anni suscitando sempre un certo scandalo e trasformandosi, a seconda dei tempi, in più o meno sfrontate vittime o carnefici dei loro attempati partner. Nel paragrafo (Educazione "sentimentale". Come cambiano le "lolite") sono passate in rassegna le più famose "lolite" del cinema: Cecile de Volanges (Uma Thurman) in Le Relazioni pericolose, Lulù (Francesca Neri) in Le età di Lulù, (Jane March) in L'amante, Lucy (Liv Tyler) in Io ballo da sola, Angela (Mena Suvari) in American Beauty.


 


Tuttavia, secondo l'autrice, esiste ancora qualcosa in grado di scandalizzare (L'inacettabile violenza). Qualcosa che va oltre la semplice sessualità, qualcosa che provoca non solo ritrosia, ma addirittura fastidio fisico e, di conseguenza, desiderio di censura, scandalo, indignazione: la violenza sessuale. Essa rappresenta l'ultimo tabù per un pubblico imperturbabile (o quasi). Ne è prova lo scandalo provocato a Cannes nel 2002 dal film Irreversible di Caspar Noè per una esplicita scena di stupro.


 


 


 

VALUTAZIONE  @ di @@@@@


 


Secondo l'autrice Il sesso al cinema è ‹‹ una breve "passeggiata" nella cinematografia nazionale e internazionale per capire come certi film siano stati davvero "lo specchio dei tempi", rivelando sensibilità e capacità critica del pubblico cui erano destinati e cambiando, talvolta, non soltanto la storia del cinema, ma anche quella del costume, contribuendo a trasformare il comune senso del pudore e influenzando di fatto, l'evoluzione del linguaggio cinematografico (…) Se questo saggio può avere, in qualche modo, un valore storico lo ha, dunque, proprio in questo senso … ››.


 


Invece il libro risulta essere un "giro turistico" a tappe forzate e prevedibili che ha come meta la solita demonizzazione della televisione di oggi. Nella sua "passeggiata" Daniela Pecchioni tocca film fin troppo conosciuti e battuti, tenendosi alla larga dalle cinematografie più inesplorate ed ignote. Le analisi dei singoli film sono abbastanza interessanti, ma ciò che manca al libro è proprio quella fantasia combinatoria che spesso viene in mente quando si pensa all'eros.


Anche per quanto riguarda il presunto valore storico del testo, non bastano qualche notazione sulle impressioni in sala degli spettatori dell'epoca per documentare come certi film abbiano influenzato il comune senso del pudore né tanto meno per restituire le dinamiche dell'immaginario erotico di una società.


Ma ciò che più delude è trovare, alla fine del cammino, discorsi del tipo: ‹‹un pubblico ormai completamente soggiogato dalla televisione e da internet, due mezzi di comunicazione che hanno lentamente trasformato lo spettatore in voyeur impotente costretto ad assistere a coiti in diretta di persone che – per fare – "spettacolo" – si lasciano rinchiudere nei vari "format" tipo Grande fratello o che si decidono di posizionare web-cam nelle loro case per essere ripresi ventiquattro ore su ventiquattro. E poi: litigi familiari davanti alle telecamere, tradimenti confessati in diretta …››


Potrebbero essere affermazioni anche condivisibili se fossero, però, il punto di partenza di un ragionamento più ampio ed imprevedibile e non il punto d'arrivo di una "passeggiata" poco seducente.


 


 


 

COMMENTO CRITICO


 


Il sesso in tv


 


Se fino ad una decina d'anni fa il cinema era ancora "la fabbrica dei sogni" per eccellenza,  ora questo particolare tipo di produzione sembra essersi quasi totalmente spostato verso il "piccolo schermo". Così come sembra essere crollata la già traballante associazione televisione=reale. Anzi è forte il sospetto che la Tv abbia rubato al cinema il segreto di quel misterioso incantesimo che, da sempre, ha enormemente spaventato i sociologi di tutto il mondo: quell'effetto di realtà che si esplica nella "naturale" propensione dello spettatore a credere a qualunque avvenimento si produca sullo schermo ed a comportarsi (emozionarsi, indignarsi, scandalizzarsi, etc. ) come se vi partecipasse realmente. Come spiegare, altrimenti, i milioni di spettatori incollati davanti alla televisione per seguire programmi come Al posto tuo durante il quale, dichiaratamente, si rappresentano storie scritte da "veri" e propri sceneggiatori ed interpretate da attori ?


I ragazzi non vestono più come i "bad boy" del cinema ma indossano occhiali con perline luccicanti come Diego (star del programma Uomini e donne) e magliette con cuori o scritte inneggianti a baci ed abbracci (tra calciatori e veline). Le ragazze non sfogliano più le riviste di cinema per guardare gli abiti da sogno indossati dalle dive del "grande schermo" alla notte degli Oscar ma si accontentano di imitare il modo di (s)vestirsi delle veline nel grande pomeriggio di Buona Domenica. L'immaginario collettivo si è svuotato di suggestioni provenienti dal cinema e dalla musica per riempirsi dei "piccoli sogni" prodotti dalla televisione. Così, se prima ad infiammare gli animi erano le performance di Marlon Brando sul pavimento di un appartamento parigino, ora a destare scandalo sono le effusioni di Bobo Vieri sul divanetto di una discoteca (in fondo sempre di sconosciute si tratta!). Se prima faceva discutere la vita lussuriosa dei divi hollywoodiani ora ci si indigna per gli strani intrecci sentimentali di Michelle Huzinker. Ed anche per quanto riguarda il sesso ormai si può tranquillamente affermare che se ne fa più in televisione che al cinema.


Insomma, il cinema non riesce più a produrre fenomeni collettivi, a segnare i cambiamenti di costume. Il cinema è sempre meno un mezzo di comunicazione di massa. Questo è ciò che sembra sfuggire all'autrice del libro.


Persone che in questi anni si sono scandalizzate davanti alla visione di un film ci sono state e sempre ci saranno. Ma i tempi sono cambiati ed è inutile sperare che i giornali e la televisione ne discutano. Perché, poi, la televisione dovrebbe occuparsi di un film scandaloso rischiando di suscitare curiosità e di conseguenza di perdere telespettatori la sera successiva?


E, comunque, Baise moi e Irreversibile rappresentano una casistica un po' troppo ridotta per poter affermare che  la violenza sessuale resti una delle poche cose che riesca ancora ad indignare.


 


Dette queste cose semplicissime, appare troppo semplicistico pensare che ‹‹ parlare, mostrare, esplicitare il sesso al cinema non provoca più granché. Evidentemente il pubblico, assuefatto dalla televisione e dalla pubblicità ad ogni sorta di volgarità gratuita, non è più in grado di scuotersi per questo genere di provocazioni […] ma tutti questi film hanno realmente sconvolto qualcuno? Si è forse sentito gridare allo scandalo? C'è stata forse una corsa sfrenata alle sale nelle quali venivano proiettati dovuta a una curiosità irrefrenabile del pubblico alla ricerca di emozioni forti? (…) In molti casi, a malapena ci si è accorti del loro passaggio sugli schermi. Qualche articolo è apparso sui giornali, qualcuno ne ha parlato un po' come fenomeno generale … ››.


 


E poi, perché ricordare con nostalgia l'epoca in cui le masse affollavano le sale per vedere l'ultimo scandalo cinematografico? I problemi della nostra società sono altri è molto più gravi della perdita di questa "antica sapienza".


 


 


 

CURIOSITA'


 


 


·        I giapponesi detestano la peluria e questo spiega i curiosi trucchi tecnici ai quali ricorrono nei film in cui sono mostrati dei nudi: sfocature ad arte, raschiamento della pellicola  … I giapponesi le definiscono "nuvole" proprio per l'effetto nebbioso che provocano e che riesce a celare quello che essi non desiderano mostrare.


 


·        Una società americana "la CleanFlicks" ha inventato un sistema per rendere visibili i film di maggiore successo ad un pubblico che non vuole assistere a violenza e sesso, né ascoltare un linguaggio scurrile. Il sistema è raggelante e semplicissimo: basta acquistare la cassetta del film che si intende vedere e consegnarlo alla CleanFlicks la quale si occupa di ripulire la pellicola dalle scene o dalle frasi maggiormente discutibili. Un escamotage infallibile per eludere le leggi sul diritto d'autore intervenendo su cassette regolarmente acquistate delle quali il legittimo proprietario può fare ciò che vuole.


 


 


 

INDICE


 


Divagazioni sulla censura


Vade retro, sensualità!


 


Erotismo o rivoluzione?


Claustrofobia di un amore


Sesso e potere


Attori e spettatori come voyeur


Ridiamoci sopra


 


Gli ultimi tabù


Educazione "sentimentale". Come cambiano le "lolite"


L'inaccettabile violenza


 


Appendice


Nude(i) alla meta


La censura ufficiale


 


 


 

LEGGI UNA "PAGINA" DEL LIBRO


 


 


Attori e spettatori come voyeur


 


Se si vuole andare oltre il semplice concetto dello sguardo voyeuristico di chi sta seduto in sala, pare piuttosto interessante quanto afferma Jean-Luc Douin nel suo libro Les ecrans du desir laddove sostiene che ‹‹Al cinema, c'è desiderio all'interno della sala, desiderio sull'immagine, e desiderio nel momento in cui viene girato il film, desiderio grazie al quale il film esiste. E' infatti essenzialmente a partire da quest'ultimo desiderio che nascono gli altri due››.


Secondo Douin, infatti, il regista cinematografico godrebbe, nel realizzare un film, di un doppio potere quello di dirigere ciò che egli filma, suggerendo un gesto, un sorriso, un movimento che si realizzi come lui desidera, e il potere di immortalare sulla pellicola una dichiarazione d'amore, di imprimervi per l'eternità il viso e il corpo di una donna che egli stesso desidera.


Secondo questo principio la storia del cinema è anche la storia del desiderio di David Griffith per Lilion Gish, di Orson Welles per Rita Hayworth, di Roberto Rossellini per Ingrid Bergman, Di Michelangelo Antonioni per Monica Vitti, di Paul Newman per Joanne Woodward, di John Cassavetes per Gena Rowlands …


Jean Renoir, ad esempio, confessa di aver girato Un gita in campagna (Une partie de campagne, 1936) perché ‹‹desiderava fare qualcosa con Sylvia Bataille›› e il film, in effetti, tradisce una tensione erotica permanente, un desiderio di filmare il viso dell'attrice sotto ogni angolazione, di "possedere" la sua bocca attraverso la macchina da presa. ‹‹La scena del bacio diventa una scena d'amore a tre. Imbarazzata dallo sguardo di Renoir che provoca un fastidio, se non, addirittura, una sorta di malessere […], Sylvia Bataille finisce per prendere come testimone la macchina da presa, lasciandosi sfuggire una lacrima mentre guarda dritto negli occhi uno spettatore improbabile che non è altri che il suo regista››.


Molte scene che suscitano desiderio nello spettatore, dunque, altro non sarebbero che lo specchio di un desiderio originario che il regista proverebbe nei confronti di ciò che sta filmando.

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