"Il Signore degli anelli – Il ritorno del Re", di Peter Jackson

Si prova sconcerto per Il ritorno del re, una sensazione di stupore unito a meraviglia e commozione, e non tanto per la qualità del film, per la sua fedeltà o meno all'originale di Tolkien, ma per un sentimento di perdita, di bruciore, di ripensamento in corda di cosa sia davvero il cinema, dove vada, e come intenda trasformarsi di volta in volta, mutando vesti e sostanza. Mettiamola allora in questo modo. Il ritorno del re non rappresenta la conclusione di un tragitto, la chiusura di un cerchio, né tantomeno la quadratura di un'idea. Il film di Jackson può essere questo, lo è per circa tre ore, ma sono gli ultimi venti minuti ad uscire fuori dal tracciato, a reinventarsi un cinema che viene come spogliato di ogni costanza visiva, di ogni coerenza strutturale. Il signore degli anelli di Tolkien è qualcosa, quello di Jackson è definitivamente un'altra. Non ci interessa interrogarsi sul parallelo in questione (come se il cinema si riducesse a voto di fedeltà ad un primum letterario, sottolinenenado al tempo stesso che quello di Tolkien è senza dubbio uno di quei testi che non smette di agitarsi tra le pieghe inquiete dell'immaginario collettivo, come un ingombrante cuore nero che non smette di battere) perché Jackson è andato oltre ogni pronostico, ha ucciso le intenzioni produttive di chi ha pilotato i primi due episodi, lasciando sul campo il fantasma a brandelli di un cinema fatto di tessuti spugnosi, di entità sovraccariche di un'assenza sempre maggiore di qualsiasi altra presenza. Il suo cinema è diventato questione di intimità posta fuori da ogni controllo, da ogni sguardo invasivo, da ogni tentazione facile. Stupisce allora (e non smettiamo di ripeterlo, commuove) il fatto che Il signore degli anelli alla fine della visione ci lasci con l'impressione di aver assistito a quella che è forse la più grande storia d'amore raccontata da qualche tempo in qua, materia fertile per chi come noi ragiona sul mèlo ritenendolo la pietra miliare di ogni sguardo che si rispetti, oggi. Con storia d'amore non intendiamo alcun unicum emotivo gettato in pasto al labirinto passionale del racconto, ma predisposizione d'animo, tensione nervosa, emotività sempre colta sul punto di erompere in uno strillo, in un gemito in un fragore. Amore è concepire il cinema come infinita dichiarazione d'affetto ai corpi raccontati, e, lo ripetiamo, Jackson negli ultimi minuti dell'opera dimentica ogni senso del tempo, dello spazio, e centrifuga in pennellate assurde e sfrenate le nove ore di racconto in un susseguirsi disperato e bruciante di corpi che vanno, corpi che vengono, idee di cinema accennate precedentemente che fuoriescono da un indistinto gorgoglio d'acqua, da un diffuso persistere di una brezza vitalistica, dal pastello tutto fuoco con cui guardare ai colori della redidiva Contea, dai fraseggi innamorati e assoluti del racconto che vive la vecchiaia come la condizione prima (non ultima) di ogni vita che si rispetti. Sul corpo revenant di Ian Holm, perso nelle didascalie a volte illuminanti dei primi due episodi, si attua un processo emotivo sbilanciato su un asse troppo spinto per piacere (i brusii in sala quasi coprivano il sonoro), appunto perché assediato da impulsi di chiusura e alimentato internamente dalla voglia di non farla finita, di continuare a girare, di immortalarsi quale atto d'amore incondizionato e totale. Ecco allora come Tolkien venga ridotto progressivamente a sguardo disperato rivolto da Miranda Otto al padre morente sul campo di battaglia, al cipiglio di Mortensen che incita al combattimento pensando all'immortalità accantonata per amore dalla Tyler, all'amicizia tra Sam e Frodo coniugata all'attaccamento eterno tramite uno sguardo (quello lanciato in dissolvenza dallo stesso Sam all'amico che si trova nel letto, prima della chiusura) che dice tutto sulla vita, la morte, la vicenda raccontata e la fisicità martellante di occhi persi in giuramenti e obblighi di fedeltà…I corpi del Signore degli anelli sono allora veri e propri corpi desideranti, schizzi emozionali e violenti che si interpongono sempre tra l'artificiosità costruita delle sequenze di combattimento e quelle di raccordo, rappresentano segni di vita che non desiste, continuando a vivere e sommando possibili finali (l'incoronazione di Mortensen, il suo bacio alla Tyler, lo sguardo di Sam rivolto a Frodo, il matrimonio dello stesso Sam), persistendo nell'indugiare sull'universo creato, sul suo alito interno, sulle sue magiche rime saltellanti da una regione all'altra dello spazio.



Titolo originale: Lord of the Rings: Return of the King


Regia: Peter Jackson


Sceneggiatura: Frances Walsh, Peter Jackson, Philippa Boyens, Stephen Sinclair


dal romanzo di J. R. R. Tolkien


Fotografia: Andrew Lesnie


Montaggio: Jamie Selkirk


Musica: Howard Shore


Scenografia: Grant Major


Costumi: Ngila Dickson, Richard Taylor


Interpreti: Elijah Wood (Frodo Baggins), Ian McKellen (Gandalf il Bianco), Viggo Mortensen (Aragon), Orlando Bloom (legolas), Liv Tyler (Arwen), Cate Blanchett (Galadriel), Brad Dourif (Vermilinguo), Ian Holm (Bilbo Baggins), Christopher Lee (Saruman), Miranda Otto (Eowyn), Hugo Weaving (Elrond), Billy Boyd (Pipino Took), Dominic Monaghan (Merry Brandybuck)


Produzione: Peter Jackson, Barrie M. Osborne, Frances Walsh per New Line Cinema/The Saul Zaentz Company/WingNut Films


Distribuzione: Medusa


Durata: 201'


Origine: Usa/Nuova Zelanda, 2003