"Il Signore degli Oscar"


Nel penultimo capolavoro di Dario Argento (Non ho sonno, 2002) appare intorno alla metà dell'opera un movimento di macchina intenso e prolungato, un piano sequenza che costeggia da distanza ravvicinatissima i segmenti filamentosi di un lungo tappeto. I secondi dello scivolamento lento si accavallano, portandoci poi alla visione mancata di un omicidio. Al Kodak Theatre di Los Angeles sta accadendo qualcosa di molto simile. Il set, già di per sé costruitissimo, programmato, strutturato fino all'ultimo dettaglio, è il vero controcampo di un tappeto rosso appena srotolato, in omaggio ai tempi nuovi del non-più-guerra non-ancora- pace, che l'America ha deciso di festeggiare come si deve. Il vero spettacolo è questo, sublimato in apoteosi di se stesso quale atto di normalità forzata e naturale, gestus mondano e sublime di uno sguardo che vuole riabituarsi ad uno stato di cose pur vacillante. O almeno farci riabituare a questo. I cinque secondi di differita che scandiscono l'avvicendarsi dei premi/premiati sul palco è la riprova sferzante e veritiera di un occhio nell'occhio, di un controllo che mima l'improvvisazione, aderendo invece alla pianificazione più spinta di ogni ingresso in campo. Vediamo dunque, ma siamo già in ritardo, non ci resta che rincorrere. Un'occhiata allora alle candidature di quest'anno. Diciamo anzitutto che erano anni che il livello (almeno per il miglior film) non era così alto. Basterebbero queste cinque candidature per il miglior film (Il Ritorno del Re, Mystic River, Lost in Traslation, Seabiscuit, Master and Commander) a comporre un mosaico di corpi/sguardi/tendenze estremamente vicini nel proporre un cinema vitale e profondo, un bell'arabesco di urgenze creative fra cui è difficile scegliere. Ne parliamo poco più avanti comunque, stando per il momento sul tono della serata che sta per cominciare. A condurre le danze il solito, grande Billy Cristal che sembra davvero nato per condurre la cerimonia degli Oscar. Vive infatti il palco con l'aria di chi durante l'anno non ha fatto altro che prepararsi alla serata, con un'abitudine sedimentata nel dare confidenza gli attori di turno e ai drappeggi volteggianti che lo lambiscono. Le solite battute, qualche cenno di improvvisazione e un ferreo controllo su una scaletta che non accetta ritardi e scompensi. Mentre ci si avvicenda sul palco, lo spettro della Janet Jackson del Superbowl accerchia corpi e statuette, in un'atmosfera calda, eppure lontana mille miglia da ogni vera eccitazione, i cinque secondi di ritardo fanno il resto. Non si è più gli stessi, d'accordo, ma la finzione regge bene, le forme replicanti dello show sono assicurate, come in banca. Partiamo allora dai primi premi che vanno ad Harvie krumpet (miglior cortometraggio animato), Chernobyl heart (miglior cortometraggio documentario), Two soldiers (miglior corto) e infine The Fog of war, di cui abbiamo peraltro già parlato dall'ultimo Festival di Venezia. Il primo riconoscimento importante (miglior film d'animazione) va all'ultima creatura della Pixar, l'incredibile Alla ricerca di Nemo che dopo Monsters &Co rilancia questo cinema come esempio formidabile di lavorio ininterrotto con un'immagine che contiene al suo interno tracce e segni di una fantasia potente e destabilizzante. Premio più che meritato allora, con una punta di rammarico per l'altrettanto bello Appuntamento a Belleville, passato inosservato da noi, ma da recuperare assolutamente a noleggio. L'avanzata del film di Jackson comunque si fa sempre più sicura e infatti ecco i primi due Oscar per la colonna sonora originale e per la miglior canzone, appunto Into the west. Giusto così, nel film di Jackson tutto concorre al potenziamento di una struttura epica cadenzata da note forti e avvolgenti, un vero e proprio turbine emotivo che infonde ai corpi raccontati una forza irresistibile. Nelle categorie tecniche comunque non c'è gara. Il Ritorno del Re vince nelle categorie del suono, del trucco, degli effetti speciali, del costume, della scenografia e del montaggio. Siamo già a otto Oscar, tutti comunque ben portati. Il film di Jackson, pur avvicinandosi soprattutto in quest'ultimo episodio all'utilizzo di una valanga di effetti speciali, conserva ancora in sé il germe di una artigianalità materica e pesante, frutto di un lavoro rigorosamente manuale. Questo allora per esibire l'immagine di un cinema che, pur modernizzato e tecnologico, resta tra noi, praticando la terra, il fango, l'acqua, quali segni primigeni di un movimento che avviene attorno a questi assi. Nel trionfo di Jackson, una nota a margine sui due Oscar portati a casa da Master and Commander, nella sezione dei migliori effetti sonori e della miglior fotografia. Anche in questo caso, si tratta di un premio sacrosanto per un'opera che sembra risuscitare un cinema classico fatto di vastità oceaniche e di velieri, con un lavoro incredibile sulla luce (la sequenza della tempesta in mare, ma anche quella dell'arrembaggio) che scolpisce i volti, facendoli entrare e uscire da una cornice di genere rispettata sino al bellissimo finale in progress. In Italia purtroppo non ha goduto del successo che meritava, ma quella di Weir è un'opera che segna il cammino lungo le superfici di uno sguardo capace di una incredibile coerenza e in grado di rinascere nuovamente in una nuova dimensione (da quella chiusa e asfittica respirata dal Carrey di Truman Show a quella invasiva e sconfinata che accarezza il corpo di Russell Crowe).

Prima di giungere agli Oscar clou della serata, una parola sull'Oscar alla carriera e, soprattutto, un ringraziamento. Blake Edwards allora (apparso sul palco sfrecciando su una sedia a rotelle per prendere l'Oscar alle mani di Jim Carrey in modo a dir poco rocambolesco, in omaggio alle sue grandi gag), il cinema in perenne trasformazione, la transizione da uno sguardo classico a una forma di miopia che già guarda alla fantascienza più spinta (tutto la Pantera rosa e Closeau, l'operazione condotta su corpi non più classici, non ancora moderni, extraterrestri forse) incorniciando una scena che è al tempo stesso uno dei cinema più puri degli ultimi quarant'anni. Il suo Kodak Theatre Edwards lo aveva già calcato a distrutto tanti anni fa (Hollywood Party), ora ne riceve in cambio un premio che sia da coronamento (di una carriera) e monito (le pareti autoriproducibili di Hollywood non conoscono distruttori che tengano). Alla sola esclamazione del suo nome, comunque, quasi tutto il cinema che si vede oggi sembra più vecchio di qualche anno. Sicuramente meno divertente. Andiamo allora ai riconoscimenti più importanti. Quello per la migliore sceneggiatura originale va a Lost in Translation di Sofia Coppola, ma già sa di contentino destinato ad esaurirsi nel giro di un solo premio. Nulla da obiettare allora, perché Lost in Translation è un'opera che ci ha incantato, un lavoro di scrittura (giustamente premiato allora) sul cinema classico degli anni Trenta e Quaranta, ma anche un ritmato fraseggio musicale che si porta dentro la vita di tutti i giorni qui parafrasata in soliloquio muto e ipnotico fra corpi sospesi e poi persi in sguardi appena ricambiati, approcci mancati e coincidenze appena accennate. Sul palco la Coppola non manca di ringraziare il padre Francis, ma anche il nostro Antonioni per l'ispirazione datagli, peraltro ben evidenziata nell'opera. Tutto giusto allora, anche se consiglieremmo alla giovane regista di staccare il cordone ombelicale con i suoi supposti padri artistici (Antonioni nei ringraziamenti, Fellini nella sequenza de La Dolce Vita riprodotta nell'opera, Rossellini nell'abbraccio finale tra Murray e la Johansson) perché il suo cinema è già capace di camminare da solo, spedito e fulminante. Ancora Il ritorno del Re poi, come miglior sceneggiatura non originale, per arrivare ai migliori attori, non prima però di aver premiato come miglior film straniero il malsano Le invasioni barbariche, opera manifesto di un certo cinema pseudointellettualistico e sottilmente negativo da rifiutare in tutti i sensi. Premio telefonatissimo allora alla Theron di Monster (il film da noi non è ancora uscito) come miglior attrice, appena meno atteso invece quello alla Zellweger di Ritorno a Cold Mountain che suona come rivincita rispetto al mancato riconoscimento dello scorso anno per Chicago. Quello di Minghella è un cinema d'attori, affogato poi in una ridondante e a tratti convincente epicità, ma la Zellweger non ci ha mai convinto, per il suo corpo che soffoca la scena, asfissiando ogni possibilità improvvisativa con tracce di una recitazione sempre troppo controllata e costruita, lontana da ogni tipo di vera intensità. Un Oscar discutibile questo allora, che diventa un vero e proprio furto nei confronti della Hunter di Thirteen, a pari merito in bravura forse con l'Aghdashloo del bellissimo film di Sheridan, In America. Quando arriva il momento della proclamazione del miglior attore non protagonista, tifiamo chiaramente Tim Robbins. Il suo Dave (Mystic River) è la coscienza nera di un America che Eastwood filma senza pietà, non trattenendo però commozione e parzialità nei confronti di un uomo (lo stesso Dave) destinato a lasciarsi vivere/morire, in una landa sperduta in cui si registra nuovamente il tramonto della frontiera. Il premio è allora suo, l'ovazione di quelle forti e sincere, per un discorso poi che lungi dall'assumere piegature polemiche, si trattiene nel ringraziamento alla moglie Susan e allo stesso Eastwood. Lo stesso fa infine Sean Penn (Oscar come miglior protagonista sempre in Mystic River), uno dei più grandi attori in circolazione, ma non è una novità, almeno a partire dalla sua rinascita attoriale targata Carlito's way. Che poi sia un grandissimo regista, è un dato che almeno fino a questo momento l'Academy non sembra voler prendere in considerazione. Staremo a vedere nel prossimo futuro. Dispiace per il Murray di Lost in Translation (chiaramente dispiaciuto in platea), vera supermarionetta attoriale che non passa da comico a tragico, ma che azzera entrambi con un corpo che sintetizza, mescolando. La serata si conclude con il trionfo di Jackson come miglior regista e nella proclamazione de Il Ritorno del Re come miglior film dell'anno, vincitore infine di ben undici Oscar. Su due piedi ci verrebbe da dire che è giusto così, anche perché Mystic River ci è subito apparso fuori gara. Un film di un altro pianeta, un'opera che vale una vita. Quando Sean Penn è salito sul palco, ha ringraziato Clint Eastwood per essere entrato nella sua vita. E' una dichiarazione d'amore, il ringraziamento per un cinema che si traduce in vita. In amore ricambiato.

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