Il silenzio degli innocenti, di Jonathan Demme

jodie foster ad anthony hopkins in il silenzio degli innocentiIl silenzio degli innocenti non è un thriller classico dai risvolti orrorifici ma un percorso disturbante attraverso le zone infernali della mente umana. Jonathan Demme adatta il romanzo di Thomas Harris, The Silence of the Lambs (1989) partendo dal punto di vista di Clarice Starling (Jodie Foster, Oscar 1992 per migliore attrice), psicologa e criminologa che, su ordine del proprio capo FBI Jack Crawford deve catturare il serial killer Buffalo Bill. In questa ricerca investigativa che assomiglia a una lunga seduta psicoanalitica, un ruolo predominante spetta allo psichiatra maniaco Hannibal Lecter (Anthony Hopkins, Oscar 1992 per miglior attore), a conoscenza del modus operandi di Buffalo Bill, ed attratto intellettualmente dalla giovane recluta, agnello sacrificale in mezzo a un mondo di maschi famelici. A differenza di Manhunter di Michael Mann (tratto da un altro romanzo di Thomas Harris, Red Dragon del 1981) dove il poliziotto si identificava completamente con il serial killer fino ad emularne gesta e pensieri, Jonathan Demme evidenzia la particolare alleanza mentale tra Clarice (poliziotta dalle umili origini che cerca un riscatto personale) e Hannibal (uomo erudito che ascolta le variazioni Goldberg e si ciba di carne umana accompagnandola con un buon Chianti), in una oscillazione tra inferno e paradiso, separati solo da una sottile e trasparente lastra di vetro.

anthony hopkins in il silenzio degli innocentiDemme decide di usare due espedienti tecnici per esaltare un clima di tensione crescente. Il primo è quello della fotografia “gotica” di Tak Fujimoto che, sull’esempio di Rosemary’s Baby di Polanski, crea una gamma di sfumature di tenebra con purpurei riflessi infernali. Che si scenda nei sotterranei di una prigione, si entri in un garage dismesso o nella tana del serial killer, l’oscurità sembra inghiottire uomini e cose, con la sgradevole sensazione che pensieri di morte e urla di dolore rimangano attaccati alle pareti. Anche la scena di Buffalo Bill che si specchia cercando di aderire all’immagine femminile di sé, nascondendo il membro tra le cosce, risulta contagiata dal colore rosso acceso slabbrato che rimanda alle deformazioni corporee dei quadri di Francis Bacon, direttamente citato nella scena della crocefissione di uno dei secondini della prigione di Hannibal.

L’altro espediente è l’utilizzo di una soggettiva “inversa” così da mostrare prima il guardato e poi colei che guarda ossia Clarice: con questo espediente Demme non solo fa calare lo spettatore nei panni dell’eroina ma sottolinea l’importanza della pulsione scopica nella ricerca della verità, così che anche i più piccoli dettagli (gli oggetti disposti nella stanza di una delle vittime, la lampada cinese, le svastiche e i lepidotteri nel covo dell’assassino, i disegni della “dama con agnellino” e gli anagrammi di Hannibal Lecter) assumono una valenza simbolica per un livello più profondo di realtà: il vedere diventa un “Belvedere” simile all’overlook di kubrickiana memoria (Hannibal rivela al primo incontro un dettaglio topografico jodie foster ad anthony hopkins in il silenzio degli innocentideterminante). In questo campo-controcampo che rimanda sempre al soggetto osservante anche i dialoghi tra i diversi personaggi e Clarice assumono un particolare impatto sulla identificazione dello spettatore. Se si pensa al primo incontro tra Hopkins e la Foster osserviamo che il primo guarda direttamente in macchina mentre la seconda devia leggermente di lato la direttrice dello sguardo: con questo espediente Demme sottolinea che, nonostante le insinuazioni di Hannibal sulle origini provinciali della poliziotta e il tentativo di penetrare nella sua vita interiore, Clarice Starling mantiene la sua soggettiva razionale, al di fuori di ogni implicazione sessuale o emozionale. Nel contrasto tra razionalità umana e astuzia mefistofelica, solo un tragitto di auto-iniziazione conoscitiva può portare Clarice Starling a rimuovere le urla degli animali macellati per arrivare a quel “silenzio degli agnelli” che è frutto di una completa conoscenza di sé attraverso il terrore e la pietà, come in una tragedia greca. Il ciclo diventa completo, laddove dalla donna che patisce nasce la donna che combatte, e da questa, la donna che trionfa. Hannibal Lecter insegna alla giovane recluta che la soluzione più semplice è quella più evidente (citazione da Marco Aurelio) e che per riuscire a scoprire i segni del Male bisogna guardarsi dentro. Jonathan Demme durante le soggettive inserisce dei flashback del passato di Clarice infrangendo la contiguità spazio-temporale: il suo rapporto speciale con il padre, l’ingresso nella camera mortuaria al momento del decesso; l’effetto conclusivo è una continuità tra il passato e il presente e il rafforzamento del principio investigativo che porterà all’identificazione del serial killer solo superando la paura della separazione dalla figura genitoriale-guru. Oltre il terrore della solitudine, recuperata la pietà per l’innocenza delle vittime, Clarice può combattere il Male perché ne conosce il limite: Bufalo Bill vuole ottenere quello che desidera e ciò che lui desidera è li davanti agli occhi. Ma a volte le apparenze ingannano e Demme ce lo fa capire prima con il trucco usato da Hannibal per la fuga dalla prigione e poi con dodici coppie di inquadrature alternate nel momento della irruzione finale, con colpo di scena spiazzante. Con gli occhiali infrarossi di Buffalo Bill seguiamo Clarice nella più completa oscurità: riuscirà ad avvertire la presenza dell’assassino? La trasformazione da baco-uomo a farfalla-donna si interrompe nel momento in cui il desiderio contamina lo sguardo e una mano si protende a sfiorare l’oggetto. Primo thriller ad essere premiato con cinque premi Oscar nel 1992, Il Silenzio degli Innocenti sperimenta la modalità alto-mimetica per i due antagonisti principali, sposta in alto l’asticella del genere e lo fa diventare opera d’arte dal linguaggio universale.

Titolo originale: The Silence of the Lambs

Regia: Jonathan Demme

Interpreti: Jodie Foster, Anthony Hopkins, Scott Glenn, Anthony Heald

Durata: 118′

Origine: Usa 1991