Il sogno impossibile, "American Dreamz", di Paul Weitz

Un terrorista iracheno che ama il musical e si ritrova a cantare e ballare (e, forse, a farsi esplodere in diretta tv); una biondina del Mid West pronta a tutto pur di sfondare e arrivare alla celebrità; un presentatore cinico e angosciato da un sorta di solitudine esistenziale, che ancora una volta deve portare avanti il suo orribile show; un Presidente degli Stati Uniti in piena crisi di coscienza, quasi adolescenziale, che proprio vuole riposarsi e non vuole più uscire dalla sua camera da letto…


E' un curioso ed inesauribile hellzapoppin, in stile wilderiano-edwardsiano questo American Dreamz, quella che un tempo si sarebbe detta "commedia corrosiva" e che oggi potremmo definire "acid-pop comedy", diretta da quel misconosciuto genio del cinema contemporaneo che è Paul Weitz. Mentre guardavamo questa sua ultima esilarante e "politica" fatica cinematografica non riuscivamo a non pensare al gioco sugli eccessi, sui rovesciamenti, sulla messa alla berlina dei "modo di vivere americano" (mentre magari si parla, apparentemente, d'altro) che il grande Billy Wilder ci raccontava nei suo film (uno per tutti, in tal senso: Un, due,tre!, il più grande film sulla Guerra Fredda). Billy Wilder e Paul Weitz?!? Chi legge penserà: una bestemmia! Poi magari andatevi a rileggere le recensioni dei film di Wilder all'epoca e ne riparliamo… Ma al di là di questo, lo sapevate che il nonno di Paul Weitz era il leggendario agente (nonché produttore di film come L'uomo che ride di Paul Muni!),  Paul Kohner, e che tra i suoi "clienti" c'era gente come John Huston, Ingmar Bergman e…. Billy Wilder?

Insomma i fratelli Weitz (c'è anche Chris, qui produttore esecutivo), hanno masticato cinema sin da ragazzi, con la loro mamma Susan Kohner che lavorava per film di Sirk e Houston, e hanno costruito negli anni uno sguardo critico e per niente "pacifico" nei confronti dell'American Way of Life. C'è una piccola scena dove il cugino iracheno Omer, – da poco arrivato negli States dopo una bella "formazione" nei campi di addestramento di Al Quaeda – che, dopo essersi  "rivestito" andando in giro per negozi con i suoi cugini, la settimana successiva viene nuovamente invitato dai due giovani parenti americani ad "andare a fare shopping": "ma ci siamo andati la settimana scorsa?", ribatte Omer, candidamente e ingenuamente stupito del "dovere" di consumatore, che a lui sfugge.


Ecco dove lavora Weitz: sui granelli dell'ingranaggio del sistema. Il dovere di essere un consumatore sempre attivo per far funzionare il meccanismo del capitale.  Perché si deve volere sempre si più. Si deve crescere. Deve crescere l'economia, il PIL e, soprattutto, tutti dobbiamo avere un sogno da realizzare. Si, ci racconta Weitz, "volevo fare un film su uno degli aspetti più importanti dell'identità americana, cioè l'idea che tutti dobbiamo avere un sogno. Si suppone che noi vogliamo qualcosa di più, o di migliore, di quello che effettivamente abbiamo.". E' come una sorta di "sogno obbligato" quello che sembra descriverci questo quarantenne newyorchese. Del resto questo è il paese nella cui carta fondativa è riconosciuto il diritto alla "ricerca della felicità", e se non è un sogno questo diritto, cosa significherà mai sognare?

Weitz decostruisce il sogno dai brandelli della civiltà contemporanea, mettendo assieme, nello stesso contenitore, la giovane desiderosa di celebrità con il terrorista iracheno, mescolandoli con un Presidente "manipolabile" da parte dei suoi assistenti e un giovane innamorato pronto a farsi ferire in Iraq per (disperazione d')amore… Ma guardate il rovesciamento: i giovani americani sono cinici (e pronti ad approfittare delle situazioni) o totalmente imbranati (e pronti a trasformarsi in "stupidi martiri"), mentre gli unici personaggi  in preda al dubbio sono il terrorista iracheno e il Presidente (un magnifico, straordinario Dennis Quaid).  Omer canta "Impossibile Dreams", e nonostante i suoi dubbi – anche lui è affascinato dal sogno luccicante americano – alla fine si farà convincere a "farsi esplodere" indovinate da chi? Ma dal Presidente, che in un discorso preparato e imbecille invita tutti i partecipanti allo show a lottare per avere quello che vogliono…


Ma tutto American Dreamz, che prende spunto dai Reality Show musicali, con il pubblico che "decide" chi diventerà una star, è un gioco sulla "manipolazione": Omer è manipolato prima dai suoi capi di Al Quaeda, per trasformarlo in una bomba umana e uccidere il Presidente, e poi dai cugini che lo trasformano in un cantante pop; Sally è manipolata dai media e dalla madre, che vogliono trasformarla in una star; Il Presidente, infine, è manipolato dal suo Deus ex machina,  il vice presidente (uno spassoso Willem Dafoe), che lo guida e conduce passo dopo passo, dettandogli parole e comportamenti.


Alla fine il gioco si rovescia. Chi dovrebbe fare il terrorista si fa "catturare" dal sogno americano, mentre chi dovrebbe difendere e rappresentare il sogno "impazzisce" e lo fa esplodere… "Fino a che punto questo Pese è colpevole per le sue azioni? Si può dare agli americani la colpa per l'America" dirà Omer alla fine, quasi una dichiarazione di pace possibile, come a dire: non lo abbiamo eletto noi questo presidente, ma una banda di imbroglioni che per due elezioni ha barato, aggirando le regole della democrazia (almeno così ha detto il nipote di John Kennedy, recentemente…).  Weitz già nel precedente In Good Company aveva "lavorato ai fianchi" sui pilastri del sistema, oggi con American Dreamz colpisce nel segno come Michael Moore non potrebbe mai, forse proprio perché questo attacco arriva dall'interno, dal cuore del sistema. Ed è il più efficace possibile.

Titolo originale: id.


Regia: Paul Weitz


Interpreti: Hugh Grant, Dennis Quaid, Mandy Moore, Chris Klein, Marcia Gay Harden, Sam Golzari, Willem Dafoe


Distribuzione: UIP


Durata: 107'


Origine: Usa, 2006