Il teatro è adesso, di Alessandro Gaeta

Tra interviste e performances, le voci di una categoria di lavoratori abbandonata dallo Stato durante i vari lockdown e la riaperture dell’epoca Covid. In concorso al RIFF 2022

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Durante la pandemia da parte di alcuni content creator girava l’hastag #SaveYourArt, come richiamo per le istituzioni. Un tentativo di dare consapevolezza che il mondo dell’arte, della cultura e dell’intrattenimento e il cinema sono colmi di professionisti che durante quel periodo di pandemia piangevano la mancanza di lavoro e l’assistenza da parte dello Stato.

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Il documentario di Alessandro Gaeta, in competizione alla 21° edizione del Rome Independent Film Festival, parte dalla riflessione sullo salute dei teatri e degli artisti in generale, all’indomani delle riaperture in sicurezza post-periodo pandemia.

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Un punto di inizio da cui parte poi una riflessione generale sulle condizioni degli artisti che non possono essere equiparati a “veri” lavoratori. Non ci sono tutele per chi legge copioni, osserva, si concentra e non lavora le classiche otto ore al giorno. Il teatro specialmente viene concepito in Italia come qualcosa di elitario, per pochi. E soprattutto lo Stato non ha interesse a dare fondi in un settore che produce solo lo 0,001 per cento del PIL.

Ciò che infatti interessa di più non è tanto la questione delle conseguenze della pandemia che sembra ormai un lontano ricordo ed è una riflessione che potrebbe apparire anacronistica. Ma di come invece la situazione sia rimasta del tutto inalterata e abbia anzi portato alla superficie un problema che c’è sempre stato. Le persone intervistate perciò non si limitano a denunciare l’abbandono delle istituzioni, ma sottolineano il carattere terapeutico che il loro lavoro ha sulle persone. L’arte quindi non può essere gratuita.

Una delle artiste chiede al suo cane se conosce il futuro del teatro, come se si rivolgesse allo Stato che, muto come l’animale, non ha saputo dare una risposta alla cultura che viene invece relegata al puro intrattenimento, quindi non essenziale. Si è favorito invece quel “distanziamento sociale”, quell’ossimoro che non può essere conciliabile con chi lavora davanti a un pubblico pagante. “Adotta un attore” dice una delle artiste come se fosse lo spot di Save the children. Un’adozione che permette all’artista di sostentarsi fisicamente ma a chi lo adotta di sostentarsi spiritualmente.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
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