Il tempo non inganna: prima e dopo mezzanotte

ethan hawke e julie delpy in before midnightQuanti amori di cinema vivono dentro le pause? Mentre noi dall’altra parte abitiamo nuove case, iniziamo e finiamo altre storie, guardiamo altri film e talvolta ce ne innamoriamo. Jesse e Céline vivono durante la nostra vita, in un tempo che ha il prima nel titolo e la benedizione laica del mentre, proprio quel dannato sinonimo del sempre che chiude una porta sullo schermo ormai nero e ci lascia la coda: uno spiraglio ventilato, una attesa temperata ma pronta allo sconquasso sentimentale. Esposta alla sorpresa di una bottiglia di vino aperta sull’erba, all’ansia di una parete che non chiede parole oltre a quelle di una canzone, al tracollo di una conversazione che seziona le colpe in parti. 

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Prima dell’alba, Prima del tramonto, Prima di mezzanotte: c’è un treno da prendere, un aereo già fissato, o semplicemente la consapevolezza che lasciando chiudere il cielo sopra la tempesta, la calma del giorno seguente non avrà stelle a cui arrampicarsi. Le abbiamo pregate e le abbiamo maledette, e intanto Linklater ce le ha tenute accese per anni, da quando in una carrozza-ristorante ha incrociato due vite possibili – la prima volta come la seconda, cangianti e incompiute e indecise, pericolanti allora come ora.

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Prima dell’alba erano due vite giovani, proiettate in direzioni diverse e confluite come acqua nella nostra: hanno provato l’incoscienza e il coraggio di tradirsi disfacendo i piani come fossero valigie (abbandonare il borsone alla stazione e imboccare la strada per una città di passaggio); hanno imitato (o è il contrario? chi scambia cosa? chi c’era prima?) i nostri dialoghi-fiume e le nostre piene di parole, quelle che si fermano sugli occhi perché vi stanno più a loro agio; ci hanno sospesi sulla porta socchiusa di casa mentre le corde della chitarra ci avviluppano in un valzer e quelle della ragione tirano dalla parte degli impegni già presi.

julie delpy in before midnightCéline che recita divertitamente Nina Simone poco prima del tramonto è il preludio di Céline che recita compulsivamente un’altra ragazza, quando la mezzanotte non è ancora un’incombenza: seduta a tavola con una variegata compagnia di amici e conoscenti letterati che chiedono la verità sull’amore, ma anche in piedi di fronte alla sconosciuta che le domanda un autografo identificandola nella donna dei libri. La musa dello scrittore, l’idea romanzata di una persona vera. Céline che alla fine solleticata da Jesse recita ancora, e suggerisce che non finirà mai. L’ultima sequenza dell’ultimo film chiude il cerchio con la telefonata senza fili inscenata nel primo: allora con ingenuità e ora con tremenda coscienza, lo lascia aperto a infinite rappresentazioni di altri noi stessi passati o possibili, mostrandoci che la vita e l’amore sono palchi scricchiolanti costruiti sotto al cielo.

Prima di mezzanotte il tempo mette l’orario, e noi che non andiamo mai a letto entro la fine ufficiale del giorno abbiamo paura che tutto si consumi rapidamente, perché non ci pare vero che la fine (ma esiste?) possa scoccare senza farci neppure digerire l’acredine di una cena mancata. Ogni flessione del sole sul cocuzzolo della montagna è un colpo al cuore che Julie Delpy c’infligge con l’aggravante di tenere il conto (“C’è ancora, c’è ancora, c’è ancora…”). L’inizio dentro un’automobile (niente binari, niente biglietti) ci mette dentro un mezzo che possiamo guidare con le nostre mani, il finale (all’)aperto – nonostante tutto quello che può infilarsi nel mezzo, mentre saremo impegnati a riempirci gli occhi di altro – ci riconcilia con lo scorrimento incessante e imprendibile, con l’impossibilità di carpire ogni parte da spettatore perché è già difficile inseguire la traiettoria da protagonista.

ethan hawke in before midnightIl tempo di Jesse e Céline non è una coperta per il nostro vissuto (sebbene quando eravamo più giovani fossimo vittime dell’effetto transfert, che ci voleva seduti in un vagone semivuoto a pochi metri dal nostro destino), è tempo finzionale che si offre reale, pesca fortunata di momenti sensibili nella vasca dell’esistenza in continuo ricambio. Per questo ancora oggi ci risulta difficile lasciare andare gli altri noi stessi. Quelli che sullo schermo non mentono alle nostre esperienze, ai nostri sogni rubati, alle conversazioni che se le racconti alle amiche ti dicono “sembra un film” e ti fanno maledire tutti i film che dicono la verità.

Jesse e Céline ci fanno (ri)credere perché hanno il potere di sbagliare rimpiangere e puntualmente riapparire. Ricominciare dai pezzi che ci siamo, naturalmente, persi. Facendoci sentire che erano vivi anche quando non li conoscevamo: quando se ne stavano per fatti loro, fuori dallo schermo, dalla carrozza-ristorante di un treno, da un caffè parigino, da una stanza d’albergo standardizzato gettato su una paradisiaca isola greca. L’amore tra Jesse e Céline è di quelli che non (ti) tradiscono: possono farsi a pezzi – tanto accade nel capitolo terzo, (mai) l’ultimo -, ma non possono separarci dall’idea che ci sono sempre stati. Possono scoperchiare a loro volta quelle storie personali iniziate e finite, sbagliate e rimpiante e ricominciate, fino a restare bloccati dentro la camera: lei entra ed esce, con e senza scarpe, semplicemente perché non ha finito. E noi contiamo tutte le volte che abbiamo scavato un buco su una soglia. C’è ancora, c’è ancora, c’è ancora…