Il tocco di Piero. Le mille vite di Piero Umiliani, di Massimo Martella

Il documentario sul jazzista e compositore Piero Umiliani. Lo stile tradizionalista cozza con musiche sempre all’avanguardia, comunque trattata con amore. Fuori Concorso.

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La musica e il tocco di Piero Umiliani sono talmente tanto importanti per l’immaginario italiano e non solo che, per coloro a cui la memoria chieda qualcosa di più di un semplice nome e cognome, basta un’onomatopea: Mah Na Mah Na. Fa ridere, comunque, il sol pensiero di limitare la carriera del jazzista e compositore fiorentino a uno dei motivetti e dei pezzi più conosciuti al mondo. Umiliani, arrivando a suonare con Chet Baker e facendolo incontrare il genere con la commedia all’italiana ne I soliti ignoti di Mario Monicelli, è stato uno dei pionieri del jazz in Italia. Le sue colonne sonore (di cui si possono ricordare in ordine sparso Il vigile di Zampa, le collaborazioni con Gregoretti, Fulci e Bava e le assidue frequentazioni del genere erotico) si sono sempre poste come le principali fonti di innovazione nell’immaginario musicale. E di questo Umiliani ne è sempre stato consapevole.

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Il tocco di Piero. Le mille vite di Piero Umiliani, documentario diretto da Massimo Martella e presentato fuori concorso al 40º Torino Film Festival, ripercorre vita e carriera del musicista attraverso testimonianze e materiale d’archivio, legate da note ora di contrabbasso, ora di chitarra elettrica, ora di sintetizzatori. La musica di Umiliani è il centro del documentario, lasciando tanto minutaggio a tracce che delle volte si possono quasi ascoltare per intero. Una scelta che, seppur durante le quasi due ore di durata si faccia a volte asfissiante, permette allo spettatore di lasciarsi trasportare dall’evocatività della musica.

Così non si può dire per Il tocco di Piero, il cui punto di vista non si fa trasportare dalla corrente con la stessa fluidità. La messa in scena ingessata delle esibizioni musicali e delle interviste appesantisce ulteriormente un ritmo già ben lontano da quello sincopato che Umiliani descriveva ammirato nei suoi diari. Lo stile del documentario è per certi versi opposto a una spregiudicatezza alla Maresco di Io sono Tony Scott, ha invece un che di tradizionalista nel seguire punto per punto il suo materiale narrativo. Un atteggiamento ingessato che cozza con l’estrema e contaminante fluidità della musica di Umiliani. Si genera così un attrito che rischia di scollare il documentario dal suo cuore pulsante. Peccato, perché Il tocco di Piero avrebbe potuto ambire a un destino meno funzionale e, forse, migliore.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.8
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Il voto dei lettori
3 (2 voti)
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