Il Tuttofare, di Valerio Attanasio

Antonio Bonocore (Guglielmo Poggi), praticante in legge, sogna di ottenere un contratto nello studio prestigioso di Salvatore Bellastella (Sergio Castellitto), principe del Foro di Roma, di proprietà della moglie Titti (Elena Sofia Ricci). Il Tuttofare, il titolo vale già da premessa, indaga in tono da commedia le pressioni, i ricatti, le umiliazioni da sopportare per inseguire un’ambizione e attraverso il personaggio di Antonio espande il disagio di intere generazioni, che invece di occuparsi esclusivamente di un ambito circoscritto sono costrette a barcamenarsi, per assecondare i desideri dei datori di lavoro, tra tutta una serie di mansioni che esulano abbondantemente dai propri compiti. La precarietà, l’insicurezza professionale, la crisi dilagante sono argomenti di così triste attualità da permettere a Valerio Attanasio di ricostruire efficacemente il quadro con una semplice sintesi romanzata della realtà, in un misto di ricordi autobiografici ed elementare percezione dei problemi.

Il tentativo di fare della satira sociale trova ispirazione letteraria nel Lazarillo de Tormes, primo romanzo picaresco di autore ignoto che narra in prima persona, rinunciando ad esprimere giudizi, anche se risente di una marcata influenza erasmiana, delle vicende di un giovane vagabondo disposto ad utilizzare mezzi leciti ed illeciti per sopravvivere nella Spagna del XVI secolo sconvolta da una grave crisi economica. Al personaggio dell’avvocato Bellastella tocca invece la pesantissima eredità di alcuni dei personaggi tipici della Commedia all’italiana, mutuati da autori come Dino Risi, Luigi Zampa o anche il Pietro Germi di Signore e Signori, dai quali sono state prelevate delle singole caratteristiche da convogliare poi in una figura unica di uomo scaltro autorizzato dalla ricchezza ad abbandonarsi impunito ad ogni genere di nefandezza.

I nobili riferimenti ad un cinema passato, e glorioso, aiutano il regista, al suo primo lungometraggio dopo un brillante percorso da sceneggiatore per Paolo Sorrentino e Sydney Sibilia tra gli altri, a cimentarsi con un genere, la commedia, che in Italia continua ad andare per la maggiore. Genere che Attanasio sembra prediligere, pensiamo ad esempio a Smetto quando voglio, di cui fu autore di soggetto e sceneggiatura, e che valse al film ben 12 nomination ai David.  In questo passaggio dietro la macchina da presa il regista si trascina anche delle idee consolidate come la tematica del mondo in formazione, di cui lui stesso in fondo fa parte per adesione anagrafica, che ruota attorno al circuito universitario ed al limitrofo ed imminente ingresso in una realtà abituata al compromesso ed alla competizione. Una lettura evidentemente considerata vincente e sulla quale ha pensato di insistere.

Il risultato che ne viene fuori è quello di un ritratto sociale pietrificato, dove gli ideali, in un’impietosa contrapposizione con il presente, sono ormai esclusivo appannaggio di una classe di individui finita ai margini, superati dalla storia, un universo rimasto spappolato e visualizzato appunto nel padre pensionato sindacalista che vive in aperta campagna. Fuori dai giochi, risultato miserabile di una vita spesa con onesti propositi, con il rischio di uscirne beffato ulteriormente venendo spogliato, insieme al diritto di assicurare un’avvenire al figlio, dal dovere di insegnarli quei valori indispensabili per evitare una china civile degradante, che però potrebbero diventare un ostacolo per la carriera che esige cinismo e mancanza di scrupoli.

L’immancabile amante per il potente di turno, Isabel (Clara Maria Alonso), serve invece al regista a toccare un altro dei temi scottanti contemporanei, l’immigrazione, in fondo il medesimo ricorso all’inedito, la stessa ricerca di spazio e costruzione di una posizione, la stessa motivazione ad anelare ad un posto altro, migliore. Da qui l’espediente del matrimonio, altro argomento ritornante nell’autore, che ne aveva testato la potenzialità nel cortometraggio Finché c’è vita c’è speranza, passato per Venezia nella sezione Giovani Autori, che, vuoi si tratti di un naturale sbocco dell’amore, vuoi sia soltanto una trovata per ottenere il permesso di soggiorno, resta foriero di guai.

La struttura complessiva del film così precisa nell’inanellare uno dietro l’altro il meccanismo corruttivo destinato ad una conclusione dentro la cornice ironica e le conseguenze sul futuro, piuttosto verosimili, che si fa largo necessariamente, lasciano comunque la sensazione di aver mancato, volendo insistere in uno sguardo neutrale, un necessario approfondimento che potrebbe essere scambiato per accettazione passiva, una presa di posizione involontaria. Lascia agli interpreti poco da aggiungere ricorrendo al proprio bagaglio attoriale e fa un uso della soundtrack strettamente accompagnatorio di affiancamento, senza respiro di protagonismo, altro retaggio anonimo del passato che fatica a scomparire.

Regia: Valerio Attanasio
Interpreti:  Sergio Castellitto, Guglielmo Poggi, Elena Sofia Ricci
Origine: Italia, 2018
Distribuzione: Vision Distribution
Durata: 96’