Illusions perdues, di Xavier Giannoli

Un cinema senza colpi di testa. Ma che ha il merito di restituire tutta la lucidità profetica di Balzac, la frenesia e l’amarezza di questo grande racconto sulla fine della giovinezza. A #Venezia78

Splendori e miserie di Lucien de Rubempré, al secolo Chardon, un giovane di origini modeste che coltiva sogni di bellezza e che si trasferisce da Angoulême a Parigi per inseguire la sua vocazione letteraria e l’amore per madame de Bargeton, la nobildonna sua protettrice. Ma Parigi è una macchina infernale, percorsa dalle tensioni tra la restaurazione monarchica e le voci liberali, sopraffatta dal dominio incontrastato del danaro, che tutto compra, la stampa, i successi artistici e politici, le reputazioni e le coscienze.

Lucien, nonostante le giravolte con cui cerca di tenersi a galla e cavalcare l’onda, non ha spalle sufficientemente larghe per sopportare tutto questo e per realizzare le sue ambizioni sempre più cieche.

Il grande romanzo di Balzac, uno dei libri più lunghi e importanti de La Comédie humaine, viene ripreso da Giannoli e ampiamente rimaneggiato. Scompaiono quasi del tutto la prima parte ad Angoulême e la terza parte del ritorno a casa. Così come si sorvola su alcuni personaggi centrali: David, il cognato di Lucien, impegnato a mandare avanti a fatica la sua impresa tipografica, Daniel d’Arthez, lo scrittore povero che fa da “coscienza morale” al protagonista. Tutto si concentra, invece, sulla seconda parte del romanzo, Un grande uomo di provincia a Parigi. E in particolar modo sull’ingresso di Lucien nel mondo del giornalismo e della critica (“quei bordelli del pensiero che si chiamano giornali”), sulla descrizione dei meccanismi perversi che legano l’argent (la grande ossessione del romanzo francese dell’Ottocento), alla stampa, alla politica, all’arte e alla cultura, sui tentativi azzardati del provinciale di conquistare la grande città e di vendicarsi di chi gli ha voltato le spalle. E si tratta di un mondo inebriante, forse, ma a un passo dal baratro del più completo ottundimento morale.

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In pratica, ciò che manca, nel film, è il controcanto più “puro” e integro. Che rimane come un’eco lontana, quella del paradiso terrestre della giovinezza e dei sogni (non a caso abitato da un’Eva, la sorella di Lucien). E che ogni tanto riaffiora qua e là, nei dubbi, nei ripensamenti, nei dolori dei personaggi, nei rari momenti in cui riescono ad accordarsi ai loro sentimenti e bisogni più intimi e veri. Un controcanto che, forse, trova piena incarnazione, pur se problematica, in Coralie, nei suoi slanci e nelle sue pene. “Se io mi do, mi do completamente, se no, non ha senso”.

Sì, forse non c’è grandissima originalità nello sguardo di Giannoli. E si potrebbe pensare a un “cinéma de papa” d’altri tempi. L’adattamento letterario, la ricostruzione del film in costume, la produzione solida che si affida alle garanzie dei mestieri e alle virtù di un cast di primo ordine (dal protagonista Benjamin Voisin a Vincent Lacoste nei panni del giornalista Lousteau, e poi Cécile de France, Jeanne Balibar, Gérard Depardieu, Xavier Dolan…). Un cinema, insomma, senza follie o colpi di testa particolari. Ma che ha la capacità di accordare la velocità di ritmo all’accelerazione inarrestabile della sua materia narrativa, per poi trovare, qua e là, momenti di intensità nelle sfumature e nei dettagli. E che ha il merito di illuminare tutta la lucidità profetica di Balzac, quel suo veemente assalto alla costruzione mediatica del consenso, del successo e della paura (e si ritorna, in un certo senso, dalle parti di Superstar). Ma, soprattutto, Giannoli restituisce, intatte, la frenesia e l’amarezza di questo immenso racconto sulla disillusione e la fine della giovinezza.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
2.67 (3 voti)
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