“I’m a citizen of the world”. Intervista esclusiva a Agnieszka Holland

In occasione del 18° Festival del Cinema Europeo di Lecce, abbiamo incontrato Agnieszka Holland, una delle registe più interessanti del panorama europeo e americano. Il suo percorso inizia negli anni ’70 a fianco dei registi Krzysztof Zanussi e Andrzej Wajda: quest’esperienza le permette di maturare un impegno civile e politico ben visibile nelle sue prime opere (Attori di provincia, 1978; La febbre, 1980; Una donna sola, 1981). Con Europa Europa (1990), che racconta la storia vera di un adolescente ebreo che durante la seconda guerra mondiale si finge tedesco per sfuggire alle persecuzioni naziste, si fa conoscere al grande pubblico. Da quel momento si divide tra progetti più personali e film di grandi produzioni occidentali, come Olivier, Olivier (1992), Il giardino segreto (1993, dietro il quale c’è l’American Zoetrope di Coppola), Poeti dall’inferno (1995), Washington Square (1997) e Io e Beethoven (2006). Il nuovo millennio la porta anche a dirigere numerosi episodi di serie tv, da The Wire a House of Cards fino alla recente Rosemary’s Baby (2014), miniserie in due episodi della NBC. Da sempre interessata ad approfondire la relazione tra l’essere umano e la realtà, in alcuni casi opprimente, che lo circonda, la Holland ha dimostrato di possedere uno sguardo internazionale, proiettato sia verso la storia della sua terra (pensiamo a In Darkness) sia verso l’attualità più sfaccettata (Spoor, presentato in concorso alla Berlinale 2017, ne è il perfetto esempio).

Ho notato che nei suoi film il focus è quasi sempre sui personaggi e sul loro rapporto con la Storia. Anche se si tratta di film ambientati nel passato, c’è comunque un’attenzione al presente. Come ha sviluppato questo aspetto? È forse legato alle sue origini, alla sua cultura o alla sua esperienza personale?

---------------- inserzione pubblicitaria ---------------

---------------------------------------------------------------
In parte è vero, però ho anche fatto molti film che non hanno a che fare con la Polonia; alcuni ambientati nell’800 sono adattamenti di romanzi come Washington Square o Il giardino segreto. Ho girato Poeti dall’inferno che parla del rapporto tra Verlaine e Baudelaire e Io e Beethoven il film sul compositore e la sua ultima sinfonia, la nona. Quindi non sono confinata alla storia della Polonia, sarebbe soffocante. Vede, io sono polacca ma anche total eclipse_hollandeuropea, sono una cittadina del mondo, e in qualche modo sento di appartenere a diverse culture, almeno a quella occidentale che mi è più accessibile; ovviamente mi è più difficile comprenderne altre come ad esempio quella asiatica rispetto invece a quella europea o americana. Questo crogiolo per me è aperto tanto quanto sono emotivamente connessa alla storia e alla situazione contemporanea della Polonia e ad altre situazioni. Ad esempio ho trascorso la primavera negli Stati Uniti mentre stavo girando House of Cards, nel momento preciso in cui erano in corso le elezioni presidenziali, ed era una situazione surreale impossibile da paragonare alla realtà. Trump è talmente un personaggio che nessuno sceneggiatore potrebbe immaginare qualcosa di così stupido. E io ero coinvolta in questo; ovviamente non ho agito politicamente perché non potevo, legalmente parlando, non possiedo il diritto di voto, ma mi ha toccato profondamente. Così come quello che sta succedendo adesso in Francia. Quindi la Storia, il presente e le diverse culture, le tradizioni, l’eredità di oggi e il futuro sono mescolati insieme nella mia testa e penso che tutto ciò mi influenzi.

---------------- inserzione pubblicitaria ---------------
----------------------------------------------------------------

Infatti nelle sue opere l’impegno politico è evidente. Quanto è importante per lei, soprattutto oggi, avere questo tipo di approccio?
Non penso che le persone creative e gli artisti siano obbligati a lottare nell’arena sociale, né che io debba spingerli a farlo, però a volte ti si presentano delle situazioni che è difficile respingere. Se per esempio qualcuno uccide una persona, non puoi semplicemente lavartene le mani e dire “ok, sono in una parte diversa del mondo”. Al tempo stesso è anche una questione di temperamento. Pers0042b1eeonalmente ho sempre avuto una sorta di gene della giustizia, che ho sviluppato dall’infanzia: se qualcosa è ingiusto bisogna combattere. Alcune persone lo hanno, altre no. Ma non credo nell’arte, neanche nella creazione artistica in un film: non mi piacciono i sermoni e non penso che si possa realizzare la propria opinione politica attraverso i film o la letteratura di finzione; penso che questo vada messo un po’ da parte, che il film debba mostrare allo spettatore la complessità dei punti di vista, almeno è quello che provo a fare. Nella vita vera quando lotti per qualche questione politica non puoi parlare in quel modo perché rischi di perdere completamente il messaggio. Quindi sono due attività che sono connesse, ma non sono le stesse.

Parlando di complessità, un altro aspetto che mi ha incuriosito delle sue opere è il non detto. C’è spesso un elemento mistico, qualcosa che non è completamente comprensibile e che non può essere classificato. Mi vengono in mente alcune scene della Febbre, Olivier, Olivier, Il giardino segreto e, ultimo ma non ultimo, Spoor.
Penso che il razionalismo puro sia piuttosto arrogante. Ci sono così tante cose che non comprendiamo e non sappiamo; e rendere qualsiasi cosa spiegabile e razionale è soltanto stupido. Vede, per me è come un gioco: sono molto attratta dall’elemento trascendentale e mistico della realtà, ma non riesco ad abbandonarmi completamente a esso. Quindi lo traduco nello spazio del cinema, della narrazione, che è uno spazio di libertà. Non sento il bisogno di essere completamente seria sulle cose che metto sullo schermo, così come in Spoor non dico alle persone che bisogna uccidere i cacciatori. È solo un gioco, è per questo che amo la finzione, perché ti permette di mescolare la fantasia e ti dà la possibilità di andare oltre la realtà, oltre le responsabilità della ragione.

Durante la conferenza ha parlato delle serie tv come “possibilità di esprimersi senza doversi arrabattare per raccogliere i finanziamenti necessari per realizzare le sue idee per il grande schermo”. Ha un approccio diverso tra i film e le serie tv o pensa che oggi non ci sia più una distinzione così netta?
Penso che oggi non ci sia molta differenza tra i due. Il formato è diverso così come il modo di guardare, ma oggi sempre più persone guardano film su molteplici dispositivi, e alcune a casa hanno anche schermi grandi. Quindi la differenrosemary babyza riguarda più il guardare qualcosa insieme con gli altri: la magia dei cinema è che non sei solo, magari sei insieme agli amici o alla famiglia, ma anche in compagnia di estranei e questo crea una specie di legame mistico. Per il resto sono due modalità di narrazione uguali, solo che una dura due ore e l’altra venti. Sono stanca del formato cinematografico che ti impone film che vanno dai 95 ai 120 minuti e tu sei costretta ad accorciare le tue storie. A volte le mie storie hanno bisogno di quattro ore o di tre ore e mezza e devo comprimerle: come se avessi una valigia piccola e molti vestiti e potessi sceglierne solo dieci da infilare. Quindi amo la differenza di formato tra film e serie tv, ad esempio con le miniserie puoi fare quello che vuoi.

Infatti la miniserie Rosemary’s Baby è stata accolta positivamente dalla critica che ha sottolineato come la sua versione sia più fedele al romanzo rispetto al film di Polański.
Il film di Polański era più ambizioso perché non era un horror. Nella miniserie invece ho giocato con il genere facendone un horror con un punto di vista femminista. Cosa che il film di Polański non aveva. La mia Rosemary è stata più forte mentre la sua era debole. Polański ha messo in scena un thriller psicologico mentre io ho puntato più sull’aspetto orrorifico con una dose di ironia.

Durante il Festival, ha partecipato insieme ad Askold Kurov e Marion Döring (produttrice della European Film Academy) alla proiezione di The Trial. Lei ha anche preso parte al documentario stesso e a un panel durante il Festival di Berlino. Cosa ci può dire del caso di Oleg Sentsov? Perché penso sia un gesto bellissimo da parte sua, dei suoi colleghi e del mondo culturale sostenere questo regista.
Non abbiamo ricevuto un grande sostegno dalle ambasciate e nemmeno dal mondo accademico, piuttosto dai registi che hanno the trialaffermato: “questo non è il nostro ruolo, è una questione politica”. Penso che non sia vero. Per me è più una scelta morale, un obbligo morale. Se veniamo a conoscenza di un’ingiustizia nei confronti di qualcuno non possiamo non reagire. Si tratta anche di un legame sul piano umano. Non penso che noi registi saremmo così efficienti a livello politico, forse sì o forse no. La mia esperienza durante il comunismo è stata che se tu parlavi di qualcuno alla fine ciò lo aiutava in qualche modo. Certamente è meglio che dimenticarsene, perché dopo quella persona sarebbe morta o, peggio, sepolta viva. Anche per Oleg stesso la sensazione è che ci sia stata una connessione a livello personale con i suoi colleghi e conoscenti, come Mike Downey (Vicepresidente dell’EFA, ndr) che, al momento dell’arresto, stava coproducendo il suo prossimo film. La nostra vicinanza lo fa sentire meglio e più forte. Non possiamo fare molto ma è il minimo per lui.

Un’ultima domanda. Lei ha iniziato la sua carriera con Zanussi e Wajda. Qual è stata la lezione più importante che ha imparato da loro e che ritiene che la giovane generazione di registi dovrebbe conoscere?
Da Wajda moltissime lezioni, in particolare due cose: che il pubblico è importante e che bisogna sempre ascoltarlo. Su questo era molto umile: non ha mai pensato che se la gente rifiutava i suoi film allora fosse stupida. Zanussi invece a volte lo pensava (ride). Di Zanussi ricordo che era un solitario, non era una persona facile, neanche con gli amici. Parlava così tante lingue che avrebbe potuto comunicare con un pubblico vasto, mentre Wajda praticamente parlava solo polacco; eppure per Wajda era per più facile comunicare. Quindi sono due personalità molto diverse, è difficile fare un paragone. Ma sono entrambi fedeli a loro stessi, il che spesso può essere uno sbaglio, a volte devi andare oltre te stesso. Però, allo stesso tempo, non si hanno grandi registi se non si possiede questa fedeltà.