I’m Your Man, di Maria Schrader

Con tono tragicomico, sull’interazione di una donna e un umanoide costruito per diventare il suo partner ideale, il film apre interrogativi su temi di stretta attualità. In concorso alla Berlinale71

L’interazione tra l’uomo e la macchina è un terreno molto suggestivo, un campo entrato nel mirino del cinema come suggestione fantascientifica fino ad arrivare ad un presente dove il contatto è diventato sempre più stretto e reale. Ich bin dein Mensch di Maria Schrader, tratto dal racconto di Emma Braslavsky, affronta l’argomento con i toni della quotidianità, ed analizza il comportamento di una donna, Alma, che accetta di partecipare ad un esperimento: convivere per tre settimane con un robot, Tom, progettato per essere il prototipo perfetto del suo partner ideale.

Fedele all’assunto, il film si sposta su una linea cronologica lineare, con un mix di scene utili a costruire una vicinanza, resa complicata dalla diffidenza della donna. L’arrivo di Tom mette in crisi l’equilibrio di Alma, una scienziata del famoso Pergamon Museum di Berlino, disillusa sull’amore in seguito ad una relazione finita male, e fermamente convinta di non poter affidare ad un algoritmo le speranze della propria gioia. Condotta, contegno, maniere e modi della macchina sono impeccabili, di tale superiorità rispetto alla norma da trasmettere una sensazione di inadeguatezza. Basando il desiderio sopra un semplice linea di calcolo si riduce il margine di errore, anche se probabilmente viene meno una componente di sorpresa difficilmente replicabile. Per tacere dell’idea di possesso intrinseca nel titolo, una condizione esposta ad umiliazione come all’accusa di ipocrisia in mancanza di spontaneità.

L’altro tema principale, di carattere derivativo, è il bisogno umano della ricerca della felicità, in primis attraverso una relazione stabile. Nel rifiuto della protagonista di considerare almeno una possibilità di successo alla storia, pesano paradossalmente i pregiudizi accumulati verso altri esseri umani, e proprio quella perdita di umanità serve a ribaltare il concetto ed a trasformare i personaggi nel loro opposto, una diventata fredda e razionale, l’altro empatico e disponibile.

La trama ha un sapore tragicomico, alterna momenti più intimi ad altri mondani o lavorativi, ma resta comunque ancorata ad un rapporto da inventare, senza concedere digressioni, davvero minime.

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SCENEGGIATURA: Tutti i corsi in arrivo della Scuola di Cinema Sentieri selvaggi


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Il notevole approccio essenziale trova dei limiti formali, la messinscena e la fotografia restituiscono un orizzonte pulito, distaccato, quasi disinteressato al discorso emotivo. Un’aridità forse diretta conseguenza di un mondo ormai rassegnato, asettico come una città vissuta di rimbalzo, ma la sua ombra si allunga anche sulla campagna ed il ribaltamento perde dunque di efficacia. L’uso di tonalità impercettibili aiuta a focalizzare l’attenzione sugli interrogativi di fondo, così come gli snodi narrativi poco evidenti ed il ricorso attento alle performance attoriali, mestiere nel quale la regista ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui l’Orso d’argento proprio a Berlino per Aimée & Jaguar. Invece di individuare delle soluzioni, il film trova un impulso concreto nel porre delle domande, alcune molto attuali, relative all’universo tecnologico, altre immortali ed irrisolvibili sulla natura dell’uomo e l’esistenza.

 

Titolo originale: Ich bin dein Mensch
Regia: Maria Schrader
Interpreti: Maren Eggert, Dan Stevens, Sandra Hüller, Hans Löw, Wolfgang Hübsch, Jürgen Tarrach,
Distribuzione: Koch Media
Durata: 102′
Origine: Germania, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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