In a Whisper, di Leyla Bouzid
Il ritorno a casa in Tunisia per un lutto diventa l’occasione di esplorare i discorsi di genere, ma i sentimenti restano schiacciati da un eccesso di verosimiglianza. Berlinale76. Concorso
La libertà, la gioventù e le questioni identitarie sono le tematiche principali dell’opera di Leyla Bouzid. Impossibile per la regista di origine tunisina ignorare quello che la circonda, la cultura e la tradizione di una terra mai soltanto sfondo neutro, ma una componente vitale del suo cinema, un lavoro cominciato dai tempi dei sogni infranti della Primavera araba con À peine j’ouvre les yeux e continuato nel secondo lungometraggio Una storia d’amore e di desiderio. Il modello di osservazione stavolta nasce dal confronto. Lilia torna in Tunisia da Parigi, dove vive e lavora, insieme alla compagna Alice (una relazione di cui quasi nessuno sa niente), per il funerale dello zio, morto in circostanze misteriose. Il suo cadavere è stato ritrovato infatti completamente nudo, provocando sconcerto nei familiari e l’apertura di un’inchiesta da parte della polizia. L’indagine pubblica fa affiorare una dimensione privata, uno stile di vita disinvolto, e dalle preferenze sessuali esecrabili per la legge tunisina, ossia il sospetto terribile dell’omosessualità, un reato punito con il carcere. Il discorso di genere emerge intorno a uno scenario dominato da figure femminili, una linea di successione senza soluzione di continuità tra nonne madri, figlie e nipoti riunite dall’evento luttuoso.
Un family queer che funziona solo in parte. Il coming out non basta a riscattare una trama che funziona in modo abbastanza scontato senza trovare dei precisi nodi conflittuali, tutti piuttosto deboli, dal rapporto con la madre a quello con la fidanzata, che sono i principali. Il ruolo di Lilia sembra costruito su un paradosso pronto ad esplodere, eppure il ritorno al passato diventa solo un ricordo d’infanzia, genera dei fantasmi che guardano perplessi al presente, ma non incidono, hanno un sapore passeggero di nostalgia destinato ad evaporare nel nulla. Nel tentativo di rincorrere la verosimiglianza, la rappresentazione perde la magia astratta del gioco cinematografico, l’oscurità del desiderio, e diventa facile preda del prevedibile. I momenti migliori derivano infatti dalla perdita di controllo, quando ad esempio le onde del mare invadono lo schermo e sembrano inghiottire la protagonista, quando il vuoto dello sgomento rende i corpi fragili e vulnerabili, quando i personaggi escono fuori dalla recitazione lucida e si abbandonano alla finzione. La vita, la morte e l’amore, che sono elementi del disordine, in questa storia hanno uno sviluppo che li lascia in sordina, diventano una voce inascoltata, mentre la sagoma di un’ombra agita le mani cercando invano di attirare l’interesse. Resta la coerenza di lottare ancora e sempre per un’emancipazione femminile totale in un contesto di censura e repressione, intrecciando il discorso personale al collettivo, e la voglia di costruire un ponte culturale legato all’esperienza migratoria. La voglia di ribellione, che stavolta non riesce a trasmettere tutta la sua rabbia nel raccontare l’assurdità di una legge frutto di fanatismo religioso e vedute ristrette.



















