IN & OUT – IN: Jersey Boys, di Clint Eastwood

Sì, è vero: è un Eastwood che ci mette in crisi quest’ultimo. Il fatto, però, è che tutto il cinema americano che abbiamo sgranocchiato da bambini insieme a chili di pop corn e pistole giocattolo cariche di sogni scorre velocissimo sotto i nostri occhi rapiti da quest’ufo filmico costruito con un ritmo e una sapienza artigianale veramente miracolosa. Can't Take My Eyes Off of You.

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Jersey BoysSì, è vero: è un Eastwood che ci mette in crisi quest’ultimo. Film minore, musical mancato, sguardo un po’ stanco, insolitamente bozzettistico. Tutto vero. Scavalchiamo il campo allora: ripartiamo da quella scala che percorre lentamente il vecchio e malato J. Edgar nel finale di uno dei sommi capolavori del decennio, lasciando a noi spettatori l’onere di orientarci nell’abisso di un immaginario perturbante che lui stesso ha ostinatamente creato e infranto. E se concepissimo solo per un attimo Jersey Boys come un liminale controcampo a J. Edgar? Declinando quest’ultima bizzarra regia eastwoodiana come un inno allo Spettacolo americano popolare partito proprio dalla radicale consapevolezza che quel velo è stato lacerato per sempre? Ogni inquadratura di Jersey Boys non cerca la pur minima referenza a una storia vera già filtrata e immaginata da Broadway, intasando il nostro schermo con una miriade di déjà vu riconoscibilissimi – dagli anni ‘50 di Minnelli e Wise, alla fotografia di Sirk e Ray, sino agli sguardi in macchina dei braviragazzi di Scorsese – capaci però di sorprenderci proprio in quella consapevolissima rivendicazione di uno sguardo anacronistico e totalmente fuori dal tempo. Pochi suoi film sono stati così intrisi di un amore viscerale e manifesto per il cinema hollywoodiano classico e i suoi generi, ripercorrendo le tracce e le tappe di quell’american dream e arrivando all’esplosione del musical (quindi al trionfo dell’universo finzionale, all’immaginario più puro e ideale) solo nei titoli di coda. Trovando (in)fine le uniche coordinate che questo film ha cercato testardamente sin dalla prima inquadratura: quelle del Cinema.

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Frankie Valli (voce solista e guida morale dei Four Season) è uno stakanovista del palcoscenico che non ha paura di fare figuracce o di avere giorni storti, perché su "tre canzoni ne verrà fuori una buona", in pieno stile Malpaso. La vita è su quel palco, gioie e dolori sono su quel palco, che ne sapete voi? E la stupenda e lunghissima sequenza a casa del boss del quartiere Chris Walken – piena di piccoli momenti da slapstick classica, con le rivendicazioni dei quattro ex amici schiacciati da un debito enorme con uno strozzino – schiude in pochi frame e in pochi primi piani tutti i fantasmi nascosti nell'animo umano, abissi j.edgardiani appena abbozzati e letteralmente stoppati da Valli nel classico aut aut western: mi accollo io il debito, tutto quanto, punto. E lo faccio solo per un dovere morale. Lo spettacolo, dice Clint, nasce in quella stanza, all’incrocio tra una miriade di invisibili traiettorie umane che con la musica e col musical non hanno proprio nulla a che fare.

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Clint Eastwood sul set di Jersey BoysTorniamo al punto pertanto. È vero: questo film non ha la struggente complessità sentimentale de I Ponti di Madison County, non affonda la carne nel dilemma etico dei ragazzi di Mystic River, non ci immerge nell’abisso liminale musica/vita del Bebop di Bird, non ci fa sentire lo stesso dolore lancinante per la perdita di una figlia in Million Dollar Baby e non ha lontanamente la crudeltà teorica di Mezzanotte nel giardino del bene e del male. Non ha la forza di quei film, perché non vuole nemmeno per un frame essere un Capolavoro. Il fatto, però, è che tutto il cinema americano che abbiamo sgranocchiato da bambini insieme a chili di pop corn e pistole giocattolo cariche di sogni, scorre velocissimo sotto i nostri occhi rapiti da questo ufo filmico costruito con un ritmo e una sapienza artigianale veramente miracolosa. E allora la strada e i furtarelli, Frank Sinatra e il Papa, le canzoni improvvisate e l’amicizia virile, i programmi televisivi (spunta persino una puntata di Rowhide con un giovane attore che iniziava proprio lì la sua carriera…) e il grande Cinema che verrà (il ragazzo Joe Pesci vestito come il goodfellas Tommy…); e poi le mogli e le amanti, gli strozzini e le ville, le cadute e le rinascite. Proprio come il Boorman di Queen and Country lo sguardo senile di Clint fende il tempo e “riporta indietro il cinema” ai suoi innocenti amori dimostrando una straordinaria consapevolezza sull'epoca che stiamo vivendo: Jersey Boys ci inchioda alla poltrona di una sala rapiti da una fascinazione fanciulla e primigenia (solo un giovanissimo sguardo ottantenne può riuscire in quest’impresa) e ci chiede sottilmente di spegnere i nostri Smarthone, pc, tablet o iPod per far finta di credere nuovamente a un’immagine così analogicamente costruita. Con la musica in vinile, i set serigrafati e i ceroni pesanti e posticci. In fondo l’abisso di J. Edgar e Bird è proprio lì, fuori campo, tangibile e pressante, sublimato solo per pochi frame, solo il tempo di un sublime film “minore” che non sa smettere di cantare al Cinema… Can't Take My Eyes Off of You.

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