"In the Cut", di Jane Campion

Il taglio evidenziato dal titolo è la fessura del corpo femminile dentro la quale Campion posiziona idealmente la macchina da presa. Il suo cinema trova il punto focale della propria ispirazione, ma anche l'inizio di una nuova inquietudine.

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Il cinema di Jane Campion si basa da sempre sulla ricerca di un centro, di un approdo, per le dinamiche insondate e misteriose del desiderio femminile. In the Cut, forse il film più sentito della regista neozelandese, porta alle estreme conseguenze l'esibizione forzata del sesso presente in altri suoi film (dagli amplessi spiati di Lezioni di piano a quelli negati di Ritratto di signora) e pone fine alla ricerca giungendo finalmente a un punto focale. Tutto sta nel taglio evidenziato dal titolo, quella fessura dentro la quale Campion da sempre posiziona idealmente la macchina da presa e che, naturalmente, rimanda alla vagina – il taglio, la ferita, la fessura che solo le donne possiedono e che racchiude l'essenza del loro essere.


L'approdo, però, non è che l'inizio di una nuova inquietudine, la constatazione che l'incomunicabilità tra i sessi rimane immutata e la sola visione che conti è quella del singolo individuo inteso nella sua cruda fisicità. Il film è come raccontato in prima persona dal desiderio della protagonista Frannie, un'insegnante frustrata che scopre il sesso estremo con un rude detective, la cui femminilità si è spinta troppo all'estremo per essere rappresentata con i toni appassionati di Lezioni di piano o con quelli caotici di Holy Smoke. Campion opta perciò per la violenza della sguardo e del gesto, affida la tensione degli amplessi ai gemiti di Frannie e la crudezza dell'ambiente urbano a una fotografia livida e sbavata: un'esposizione per nulla scandalosa, ma carica di quel senso di tristezza e disgusto che il sesso reca sempre con sé.


Semmai, il problema del film è che la storia del serial killer, dell'ambiguo detective e dei sospetti di Frannie sul proprio uomo rientrano con troppo peso nelle zone del thriller e poco si adattano alle corde della Campion: dopo una prima parte carica di mistero e circospezione dei bassifondi di una New York scostante e tremendamente attraente, le perversioni e le indagini sulla sessualità lasciano spazio alle dinamiche del giallo e finiscono per essere assorbite in una seconda parte scontata e senza interesse.


Il sole torna a splendere anche su questa inedita e torbida Lower East Side, e non si può far altro che constatare il solito, deludente, risultato di tanto cinema d'autore americano. Privo di idee che possano reggere per intero una sceneggiatura, si aggrappa al totem sacrificabile del genere, finendo poi, dopo un iniziale detour narrativo, per cedergli gran parte della propria struttura e, purtroppo, anche gran parte della propria bellezza.

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Titolo originale: id.


Regia: Jane Campion


Sceneggiatura: Jane Campion, Susanna Moore dal romanzo di Susanna Moore


Fotografia: Dion Beebe


Montaggio: Alexandre De Franceschi


Musica: Hilmar Orn Hilmarsson


Scenografia: David Stein


Costumi: Beatrix Aruna Pasztor


Interpreti: Meg Ryan (Frannie), Mark Ruffalo (Detective Malloy), Jennifer Jason Leigh (Pauline), Nick Damici (detective Rodriguez), Sharrieff Pugh (Cornelius Webb), Sunrise Coigney (la madre di Frannie), Michael Nuccio (il padre di Frannie), Alison Nega (la fidanzata del padre)







Produzione: Nicole Kidman, Laurie Parker per Red Turtle e Screen Gems


Distribuito: Nexo


Durata: 113'


Origine: Australia/Usa/Gran Bretagna, 2003


 

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