Incantation, di Kevin Ko

Trova nei rituali buddhisti le radici della paura, rendendone universale la suggestione. Il found footage appare gratuito, la soggettivazione del terrore che cede il passo all’oggettività. Netflix

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Negli horror found footage la ricerca della verità è strettamente connaturata alle proprietà del dispositivo che la documenta, vero (e unico) mezzo d’indagine con cui sondano i segreti di uno spazio terrorizzante. Attraverso il piccolo schermo digitale i personaggi/operatori si fanno portavoce delle paure dei loro spettatori, adeguando il proprio sguardo alla dimensione scopica della camera. Ma in tal senso le informazioni digitali sono pur sempre triviali, soggette ad alterazioni – come i glitch – che mettono in questione il punto di vista dell’operatore/protagonista sulla realtà esterna, oggetto di un visibile a cui si legano tutti i più impenetrabili incubi del testo. Un andamento da cui Incantation mutua le sue strategie di visione, per affidare lo stratagemma della detection alla volontà di (auto)narrazione dei personaggi. Con la camera a porsi continuamente quale mezzo e luogo di falsificazione/documentazione del reale.

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E sulla scia del capostipite The Blair Witch Project e della soggettivazione orrorifica di Rec, Incantation ci invita a contemplare le immagini a bassa referenza come strumenti primari di mediazione di una realtà tutta ancora da scoprire. Il film inizia con una donna, Ruo-nan, che racconta (o si racconta) alla camera – e quindi a noi spettatori – la storia di un incidente in seguito a cui ha contratto una maledizione terribile, che contagia (almeno in apparenza) tutti coloro che le stanno vicino, tra cui la piccola figlia Do-do. Per superare la condizione critica invoca allora l’aiuto del pubblico – tanto quello diegetico che extra-diegetico – in modo da affrontare, attraverso la suggestione collettiva, la realtà di un flagello apparentemente insuperabile, connaturato com’è alla natura stessa del pensiero umano.

E in un contesto così (ultra)fobico dislocato tra passato e presente, Incantation intrattiene con il materiale found footage un rapporto propriamente ambiguo, a metà tra il rispetto dei suoi codici e la contaminazione con una paradossale tradizionalità di messa in scena. Secondo una liminalità che è fonte stessa del suo interesse, e insieme del suo profondo senso di straniamento. Seppure lo spazio di rappresentazione sia (in parte) omologo a quello di Paranormal Activity o Unfriended, le continue incursioni in una dimensione oggettiva – sottolineata da establishing shot e punti macchina tradizionali – allontanano il racconto dalla soggettività tipica dei found footage, e dall’immediatezza con cui indagano la differenza tra il vero e il falso, il reale e l’immaginario. E concedendo allo spettatore la “comodità visiva”, il regista Kevin Ko sembrerebbe sacrificare le proprietà referenziali della shaky cam, senza preoccuparsi della naturale perdita di capacità mediatoria dei suoi operatori.

Ma quel che in superficie risulta pretestuoso e gratuito, nasconde nel profondo una forte coerenza tematica. L’utilizzo parziale dei codici del found footage horror spinge il racconto a inseguire, nella spazialità immersiva della videocamera intradiegetica, la materializzazione filmica del concetto di “suggestione”. Quello che vediamo sta succedendo realmente? I personaggi sono davvero maledetti da un sortilegio, o sono semplicemente suggestionati dal suo possibile disvelamento? Un’ambiguità che in Incantation passa sempre attraverso la difficoltà dei protagonisti/vittime di attribuire propositi ed intenzioni agli orrori del fuori campo, nel pieno stesso della sua relazione con il visibile, con ciò che è contenuto nell’immagine. Secondo cioè quell’ambivalenza tipica del found footage (o del mockumentary) per cui le strategie di visione più immediate e realistiche servono a ratificare l’esistenza di tutto quel che è fantastico e metafisico. È nello spazio di questa paradossalità che possiamo trovare il motivo primario d’interesse del film, unito alla declinazione autoctona delle sorgenti del terrore. Tra Buddhismo tantrico, iscrizioni corporali e sutra collettivi, la ritualistica sino-orientale si fa qui spazio di connessione delle paure universali, proprio perché ritrova nella matrice folk le radici originarie del sentimento pauroso. Un approccio che ha decretato per Incantation l’enorme successo presso l’audience taiwanese – è l’horror di maggior incasso nella storia dell’isola – e che sul terreno dell’universalità (ri)posiziona il racconto su un piano emotivo affine a quello del pubblico (globale) di Netflix. Del resto, cosa può legare persone così distanti e diverse tra loro più della paura stessa?

Titolo originale: Zhou
Regia: Kevin Ko
Interpreti: Tsai Hsuan-yen, Huang Sin-ting, Kao Ying-hsuan, Sean Lin, RQ
Distribuzione: Netflix
Durata: 111′
Origine: Taiwan, 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.3
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Le Arene estive di Cinema a Roma

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